Da ogni parte recinti di fil di ferro: centinaia di miglia di filo di ferro—d’alambrado, come si dice qui—che sostituiscono la nostra bella siepe. L’alambrado e il primo lavoro umano sui campi vergini, è la presa di possesso. Molte proprietà non consistono ancora che in terra selvaggia e alambrado tutt’intorno.
Questo recinto raddoppia il valore della terra; in alcuni luoghi il recinto costa più della terra a cui serve da limite. Il ministro d’agricoltura diceva giorni sono ad un amico che il filo di ferro dei campi argentini basterebbe a pagare i debiti provinciali, ciò che significa che è un valore fantastico.
L’aria era piena d’un festoso pispiglio d’uccelli che a nuvole si levavano al passaggio della vettura, e in tale quantità da mandare in visibilio un cacciatore. Viudes dal petto rosso come un rosolaccio, canarini che si confondono con le stoppie giallastre, pernici dal volo rumoroso, gabbiani di terra schiamazzanti, e fenicotteri e trampolieri d’ogni razza immobili sull’orlo dei fossati e dei pantani, gru in fila come soldati, ferme sopra una zampa e meditative, grosse cicogne dall’elegante volo dritto e lento, civette che a gruppi di tre o quattro corrono a posarsi in cima ai pali dell’alambrado per inchinarsi grottescamente quasi salutando chi passa, aironi dal ciuffo, neri e bianchi da sembrare in marsina. E tutto un mondo di uccellini che non conoscono ancora la persecuzione e non temono l’uomo, che si allontanano quanto basta per non rimaner schiacciati, che si posano a sciami, come le mosche, sulle pazienti schiene dei buoi e delle pecore per nettare il becco sul pelo lucido o per cercare i semi rimasti fra la lana. Vi è tanta cacciagione che la caccia è quasi sconosciuta. In alcuni luoghi le martinette—specie di pernici—sono uccise dal gaucho a colpi di bastone; il fucile è inutile.
La via correva dritta fra due recinti di filo di ferro, interminabile, grandissima, accidentata, piena di erbe e di sterpi, di viottoli, di fossi, di pozze. Le vie nell’Argentina non sono—quando ci sono—che striscie di campagna, sulle quali è permesso di passare. La vettura al gran trotto dei suoi quattro cavalli tirava dritto su tutte le asperità della via, a urtoni, sobbalzando, inclinandosi dalle parti, dandomi la perfetta illusione di viaggiare sopra un affusto d’artiglieria lanciato alla posizione.
Il vento sollevava la giubba del cochero lasciandomi scorgere il suo grosso coltellaccio gaucho dal manico d’argento cesellato, infilato alla cintura sulle reni, e la rivoltella sul fianco. Ma il mio uomo aveva una faccia bonaria d’indio mansueto che contrastava singolarmente col suo armamento. Si volgeva ogni tanto a darmi delle indicazioni minuziose, pensando forse che più le indicazioni sono minute e più la mancia invece è grossa.
—Este puesto se llama La Bella!
—Perbacco!
—Si, señor, y aquel humo blanco è un treno della ferrovia del Pacifico.
—Guarda, guarda! E San Jacinto?
—Ci siamo da un’ora sui terreni dell’estancia; San Jacinto è a dodici leghe, señor!