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Dodici leghe, s’intende dodici leghe quadrate. La lega è venticinque chilometri quadrati. Questa forma l’unità di misura delle grandi proprietà. Dodici leghe vuol dire 300 km. q. Ma un’estancia di dodici leghe non è una grande estancia. Il proprietario di San Jacinto, un argentino dei più ricchi, possiede ancora un’estancia di ventotto leghe, un’altra di sessanta leghe, un’altra nel sud, di cento, e infine una piccola e miserabile proprietà di nove leghe. Egli è il sovrano di un regno di cinquemiladuecentoventicinque chilometri quadrati. Non è facile il farsi un’idea esatta di queste proprietà. Si viaggia per giorni sempre sulle terre d’uno stesso padrone, talvolta. Per girare tutta l’estancia di San Jacinto ci vogliono quattro giorni di cavallo, e qui i cavalli non vanno che al galoppo. Pochi proprietarî al mondo possono aver la soddisfazione di constatare, girando l’occhio sull’orizzonte senza confine: È tutto mio!
Un’estancia è un piccolo Stato con governo assoluto. Il mayordomo è il governatore generale; il capataz—colui che trasmette gli ordini—è il primo ministro; i gauchi e i pastori sono i reggenti e i commissarî delle piccole provincie. Il popolo poi, numeroso, buono, pacifico, un popolo ideale che si lascia mungere, vendere e ammazzare senza una protesta, è formato dalle mandrie innumerevoli. San Jacinto ha centodiecimila abitanti: trentamila buoi, sessantamila pecore, ventimila cavalli, senza contare qualche centinaio di cavalli da corsa allevati con tutte le cure, che formano la nobiltà. Vi sono pure delle classi elette anche fra i bovini e gli ovini, discendenti d’illustri famiglie inglesi, che vivono fra le comodità e gli agi; ma di fronte alla vera nobiltà dei cavalli non possono considerarsi che come dei parvenus! formano la grassa borghesia. E non manca neppure l’elemento sovversivo, senza dimora fissa, insofferente dei freni governativi e che dove arriva distrugge. È rappresentato dagli struzzi americani, i nandù, che fuggono rapidamente di fronte alle autorità costituite. Ma ciò non toglie che all’epoca buona per la riscossione dei tributi non vengano tutti regolarmente pelati delle loro belle piume. E tornano poi nudi alla loro vita sovversiva, con l’aria spaventata di grossi tacchini fuggiti dalle mani del cuoco.
Il guanaco, questo curioso campione della fauna americana, grande come un puledro, mezzo pecora e mezzo dromedario, è il filosofo della razza ruminante. Vive sempre solo, osservando freddamente il mondo dall’alto del suo lungo collo flessuoso che par fatto apposta per dominare la pianura, per porre gli occhi in vedetta di fronte all’immensa distesa della Pampa. Nulla lo scuote dalla sua vita pensosa. Se l’uomo l’avvicina, non fugge; lo guarda venire, freddo, immobile, indifferente; poi quando se lo vede da presso, improvvisamente gli lancia uno sputo rumoroso dalle narici, aperte in mira come le bocche d’un fucile da caccia. Non è certo una difesa; è un segno di disprezzo. Il grande filosofo guanaco pensa: Tu, o uomo, mangerai le mie costolette, è indubitabile, ma io ti disprezzo profondamente, ed eccone la prova. E mentre il re della creazione se ne va tutto umiliato, il superbo animale torna a piombarsi negli abissi ignoti delle sue meditazioni di bestia riflessiva.
Così vivono la loro libera vita gli animali della prateria. Essi sarebbero ben fieri se sapessero di formare la più grande risorsa della Repubblica Argentina, e se sapessero di essere quasi ventitre volte più numerosi degli uomini.
Centodiecimila animali in una sola estancia; questo dà un’idea dell’importanza degli allevamenti argentini, e anche della poca divisione della proprietà. La pastorizia è l’unica industria veramente argentina, e forse la più lucrosa perchè richiede il minimum di lavoro, e perchè le crisi e le tariffe non hanno una influenza diretta sul suo sviluppo. Le bestie tranquillamente s’ingrassano e si riproducono sotto qualunque governo, e persino durante le rivoluzioni. I loro nemici sono soltanto la siccità che le affama e l’inondazione che le affoga. Nel ’900 nella provincia di Buenos Aires sono morti affogati sopra a mezzo milione di capi di bestiame.
La concorrenza degli allevatori nord-americani ed australiani ha indotto i principali estancieri argentini a modificare i loro antichi sistemi. Gli allevamenti si fanno ora non più sulla terra vergine, ma su quella per molti anni solcata dall’aratro perchè l’erba vi è più molle e più folta. Parte delle estancie perciò sono date in affitto o a mezzadria per la lavorazione. Questa temporaneità del lavoro campestre, sia detto di passaggio, non giova certo all’avvenire dell’agricoltura in varie provincie, al quale avvenire è intimamente legata la sorte di tanti nostri emigranti. Fortunatamente l’allevamento, migliorandosi la terra, ha bisogno di meno spazio. Oggi si comprende poi che la qualità ha maggior valore della quantità. S’introducono a migliaia i riproduttori inglesi e si studia di migliorare le ossute e cotennose razze criolle con l’incrocio dei shorthorns, dei durhams, degli herefords per i bovini, degli hampshires, dei leycesters, dei rambouillets, dei lincolns per gli ovini, e delle migliori razze di cavalli da corsa, da tiro, da sella e da lavoro.
L’esportazione di bestiame ha raggiunto una media di mezzo milione circa d’animali all’anno. Parola d’onore, di fronte a questa cifra ci sarebbe da stupire della crisi argentina e delle profonde miserie di quella Repubblica, se non si conoscesse che razza d’amministrazioni pubbliche vi sono, che governi si succedono al potere, e che giustizia vi regna.
Uno studioso di scienze economiche che conosce profondamente le finanze della Repubblica, mi diceva un giorno: Se si fosse dovuto studiare a bella posta uno speciale sistema di governo e di finanza per rovinare questo paese, non si poteva far di meglio che applicare i sistemi che sono stati applicati!
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