San Jacinto è arrivato improvvisamente, tanto più che tali profonde meditazioni politico-finanziarie mi avevano conciliato un sonno non meno profondo. Mi sono svegliato all’ombra di enormi eucaliptus fiancheggianti un bel viale. Da una parte, fra i tronchi, vedevo una distesa di giardino, fra il cui verde appariva una villetta rosa, una di quelle villette americane basse e irregolari, così simpatiche e ospitali con le loro verande, le loro balaustrate fiorite e i loro patios freschi come cortiletti di convento. Come certe fonti pare che invitino a bere, così queste case criolle pare che invitino ad entrare. Fra gli alberi, lontano, gruppi di casette, anch’esse color rosa, scuderie a fascie rosse e bianche, tettoie, una chiesuola dal campanile acuminato. Due gauchi a cavallo hanno traversato galoppando il viale, lontano, fra nembi di polverone.

Un gentiluomo in reding-dress seguito da due grossi mastini inglesi è comparso sul viale al rumore della vettura, e mi è venuto incontro sorridendo. Era il capo dell’estancia, il governatore generale di San Jacinto e del suo popolo mansueto.

Io lo credevo un estanciero criollo; e immaginino i lettori la mia gioia quando mi sono sentito dare il benvenuto nel più puro idioma bolognese. Ci siamo salutati con effusione.

—Domani—mi ha detto mentre mi conduceva nella casa—visiteremo l’estancia, nelle ore fresche del mattino. Lei cavalca?

—Come un centauro... se il cavallo è molto docile.

—Bene, allora domani all’alba in sella.

E si è allontanato per dare degli ordini. Io mi sono gettato sopra un molle pliant; avevo ancora negli occhi la gran luce, e tutto mi appariva avvolto del seducente velo d’una tenebre misteriosa; il silenzio assoluto e solenne della campagna sotto il sole cocente mi dava il senso d’una sordità dolcissima. Il riposo era così completo, che io l’ho assaporato lungamente, centellinando da buongustaio!


VITA MANDRIANA.