[Dal Corriere della Sera del 25 giugno 1902.]

San Jacinto de Mercedes.

Il mio ospite, questo estanciero bolognese che mi fa gli onori di casa della campagna americana—un simpatico tipo da romanzo, uno di quegli avventurosi eroi alla Ohnet che ritrovano in una esistenza di rude lavoro la ricchezza perduta per una gioventù spensierata e mondana—, mi dice di amare molto la sua vita di solitudine selvaggia. E io lo credo bene.

Egli ha conosciuto troppo la società per non preferire l’isolamento. Ha vissuto troppo fra gli uomini per non amare le bestie. La bestia ha sull’uomo questo vantaggio, che è infinitamente più buona. La cattiveria è una prerogativa umana, e l’uomo domina più perchè cattivo che perchè intelligente.

Basta viverla un po’ questa vita dell’estancia per sentirne tutto l’incanto. Non c’è nulla: comodità poche, varietà nessuna, un orizzonte infinito e monotono, un silenzio perpetuo. È che il godimento non viene dai beni presenti, ma dai mali assenti. È un po’ la gioia del perseguitato che si sente libero in un asilo tranquillo—e ogni uomo nel consorzio dei suoi simili è sempre un perseguitato più o meno.

Pensavo queste cose stamani galoppando come un pazzo per la campagna, nell’ora gloriosa dell’alba. Il primo raggio di sole dorava le cime delle alte erbe ed i calici spinosi dei cardi colossali, mentre in basso, raso terra, persistevano le ultime ombre violastre, come un rimasuglio della notte. Intorno a me si levavano a nuvoli gli uccelli schiamazzando. I cani del mio ospite mi seguivano abbaiando festosamente. Ieri mi hanno accolto ringhiando, ma, dopo avermi annusato con diffidenza e riconosciuto all’odore per un buon diavolo, hanno sollecitato le mie carezze mugolando con l’aria di chiedermi scusa. Ora sono miei grandi amici.

Disseminate per la pianura erano piccole mandrie di buoi, dalla schiena fulva e lucida, pascolanti tranquilli. Due gauchos sopraggiunti di galoppo hanno cominciato a percorrere il campo mandando un grido strano, un ahooo! lungo e gutturale. Li ho veduti sparire lontano, fra le erbe, con le camiciole svolazzanti nella foga della corsa come blouses di fantini: poi sono tornati al loro galoppetto criollo, silenziosi e tranquilli.

Stavo chiedendomi la ragione di quella corsa, quando ho osservato una cosa strana. I buoi ai gridi dei due uomini hanno cessato dal pascolare, levando il muso come per ascoltar meglio; poi si sono messi in cammino, lentamente, senza fretta, da bestie che sanno il fatto loro, ruminando per non perdere il tempo. Ecco che in un minuto tutte le mandrie sono in moto, sfilano attraverso il campo da ogni parte dirette ad un punto lontano, una radura senz’erba, dove s’adunano. È una specie di meeting di buoi; arrivano, si fermano placidamente e aspettano. Dopo poco tempo ve ne è una folla di migliaia.

Il mio ospite, che mi ha raggiunto, mi spiega che il luogo del convegno si chiama rodeo, che i buoi li si aduna per « lavorarli », ossia per scegliere i migliori, per selezionare i malati, per esaminare le loro condizioni, per esporli ai compratori. Ma nessuno potrà mai spiegare l’obbedienza spontanea di questi animali, che vivono nella completa libertà, al grido d’un uomo. È uno dei più curiosi spettacoli che io abbia mai veduto. I cavalli dei reggimenti accorrono ai segnali di tromba perchè sanno di ricevere la biada; un’obbedienza interessata. Ma al rodeo queste povere bestie non ricevono nulla; per accorrervi anzi lasciano la colazione a mezzo. L’abitudine spiega poco e l’istinto meno. Cosa diamine passa per la mente d’un bue quando il gaucho grida il suo ahooo!?

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