Questa volta i buoi sono stati adunati per scegliere fra loro i più grassi destinati ad essere imbarcati per l’Africa Australe. I gauchos a cavallo entrano fra l’enorme mandria, e col petto della cavalcatura, addestrata a tale lavoro, spingono fuori il bue scelto, che appena libero dai compagni, spaventato dagli urti, prende la fuga. Il gaucho stringendolo col cavallo a destra o a sinistra ne regola la direzione; quando lo ha condotto lontano in un luogo prestabilito, lo abbandona. Il bue s’arresta, e si volge tranquillamente a vedere il suo persecutore che si allontana, mentre altri buoi sopraggiungono sbuffanti a riunirsi ad esso, formando a poco a poco la mandria dei grassi sfortunati.
Un grande bue fulvo si ribella. Balzato fuori dalla mandria, abbassa la testa pesante e fugge pazzamente, con la coda sollevata, muggendo, lasciandosi indietro l’uomo.—El lazo! El lazo!—gridano i gauchos precipitandosi alla caccia. Il bue compie un giro cercando di raggiungere il verde pascolo, e passa vicino a noi, terribile, con la bocca aperta e bavosa, la lingua di traverso, gli occhi sanguigni. Stormiscono gli sterpi sotto i suoi passi pesanti e precipitosi, e lascia dietro di sè tutta una treccia di erbe abbassate e di cardi spezzati, come una valanga nera e ruggente. I gauchos lo rincorrono, curvi sull’arcione. Agitano in aria il lazo che sibila roteando. Il primo laccio è lanciato; si svolge per l’aria come un serpentello lungo e sottile, e cade sulla testa del bue. Ma il nodo scorsoio non ha fatto presa; il bue scuote il capo correndo e si libera. Un secondo laccio parte col grande nodo aperto. Il bue afferrato improvvisamente per il collo si arresta; salta con la schiena ad arco; tempesta la terra con le zampe poderose, mentre dalla gola strozzata dal laccio gli esce un ululato terribile, lungo e lamentoso. Un altro lazo destramente lanciato gli afferra le zampe. Il bue cade agitandosi, si risolleva terribile, ricade. È legato da quelle sottili corde di cuoio come Gulliver dai fili dei lillipuziani. Il furore cede al terrore. Tenta di liberarsi con un ultimo supremo sforzo, e resta in ginocchio, immobile, sbuffante col pelo irto, con la testa bassa sul gran petto ansimante, la bocca bavosa, mandando ad intervalli un muggito disperato che sembra il pianto mostruoso di un gigante vinto.
A questo punto il mio amico mi grida: Guardate, guardate gli altri! e mi accenna le mandrie. Tutti i buoi assistono alla lotta, attenti come gli spettatori d’una plaza de toros. Non ve n’è uno che non guardi. I più lontani sollevano il muso per veder meglio, e lo appoggiano dolcemente sulla groppa del vicino. Qualcuno si fa strada a forza fra i compagni per giungere alla prima fila, e lì si arresta, col collo teso, i grandi occhi fissi, attenti e meditativi. Sotto la selva delle corna sono migliaia d’occhi curiosi, che esprimono una meraviglia calma e dignitosa. Quando il bue domato entra nella sua mandria, ancora tutto fremente, col muso rigato dal sangue che cola da un corno spezzato, i compagni lo circondano premurosamente, lo annusano, lo fiancheggiano e lo seguono, quasi per fargli coraggio, per recargli il conforto delle loro simpatie e della loro solidarietà. La povera bestia si rifugia nel centro del gruppo, accompagnata da un vero corteggio.
Nessuno ha mai pensato a studiare la vita di queste grandi società bovine: il bue sembra un animale completamente noto, e non è vero. Lasciato libero forma delle tribù, ubbidisce a dei capi, segue delle leggi che noi non conosciamo; ha delle speciali manovre d’offesa e difesa contro i nemici comuni; sottomette poi tutta la sua organizzazione sociale al supremo controllo dell’uomo per ragioni misteriose.
Il cavallo è certo molto meno intelligente. Il cavallo libero ha per maggiore caratteristica la paura. È più timido di una gazzella. Non è possibile avvicinare una mandria di cavalli senza provocare ciò che qui, con un vocabolo pieno d’espressione, si chiama disparada. La disparada è una fuga frenetica. Uno spettacolo superbo.
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Quando ci siamo diretti, dopo un galoppo di qualche ora, verso la parte dell’estancia destinata all’allevamento dei cavalli, ero già prevenuto. Al nostro appressarci alla prima mandria tutti i cavalli hanno sollevato la testa nella espressione di « all’erta » con le orecchie dritte e immobili. Poi, quando siamo stati a cinquanta passi, e potevamo scorgere perfettamente le forme gentili di questi cavalli criolli, che pare conservino ancora un po’ del sangue dei loro padri arabo-spagnoli, è avvenuta la disparada. Quei due o trecento cavalli si sono precipitati ad una fuga furibonda.
Andavano tutti uniti; facevano pensare ad una carica di cavalleria senza i cavalieri. Non abbiamo più veduto che una moltitudine di schiene dai lombi contratti nello sforzo d’un furioso galoppo, uno sventolamento di criniere e di code. I cavalli hanno fatto dei pazzi giri per la pianura, giri capricciosi senza ragione apparente, fino a che si sono calmati e hanno ripreso a pascolare lontano lontano.
Queste fughe di cavalli sono pericolosissime per chi si trova sulla loro strada. Il cavallo spaventato è cieco; investe qualunque ostacolo. Il gaucho sorpreso da una disparada non ha che una via di salvezza: fuggire nella stessa direzione; unirsi alla mandria. Succede allora talvolta che egli perde il controllo della sua cavalcatura, ripresa dall’istinto selvaggio, e deve seguire la fuga capricciosa fino alla fine, prigioniero di quell’uragano di bestie. La disparada era la più terribile arma degli indiani contro le truppe argentine. All’appressarsi dei soldati adunavano tutti i loro cavalli in grandi mandrie, poi, al momento opportuno, gridando e sventolando il poncho provocavano la fuga nella direzione dei nemici. Non vi era salvezza; la disparada rovesciava e calpestava compagnie intere.
Nella Pampa lontana e deserta avvengono talvolta delle fughe di cavalli, causate dalle punture dei mosquitos. Comincia una mandria a fuggire, verso la direzione del vento, per liberarsi delle nuvole di insetti che la tormenta. Ad essa altre se ne aggiungono, ed altre ancora. Si forma un esercito di cavalli che passa come un ciclone sollevando immense colonne di polvere; lo scalpitìo, simile al brontolare lontano della bufera, si ode da lungi e il gaucho che lo conosce bene fugge ventre a terra per assistere al passaggio di quella fantastica emigrazione dalla maggiore distanza possibile.