Se per un miracolo tutto ciò che è prodotto dal lavoro italiano potesse scorgersi, assumesse un colore speciale, rosso, supponiamo, si vedrebbe Buenos Aires tutta intera, dal fiume ai campi dell’ovest, imporporarsi come sotto il riflesso d’un incendio sterminato. Da lì il colore di fuoco serpeggerebbe lungo tutte le ferrovie, lungo i fiumi, accenderebbe i battelli che li percorrono, e le città che toccano, i canali che vanno a irrigare le arse pianure di Cordoba e di Mendoza e di San Juan: si propagherebbe allargandosi per i campi di Santa Fè, di Rosario, di Buenos Aires, di Entre Rio, e giù al sud tingerebbe Bahia Blanca e il suo grande porto militare che il talento italiano ha ideato e braccia italiane hanno costruito. Non una città, non una colonia sfuggirebbero.

Non so se mai si farà una carta geografica che mostri il lavoro dei popoli, come si fanno le carte idrografiche per indicare l’altezza delle pioggie nei differenti paesi, e le carte etnografiche che mostrano le varie razze umane sparse pel mondo. Certo è che su questa carta l’Argentina tutta, dal Chaco alla Terra del Fuoco e dalla Cordigliera delle Ande al Plata, dovrebbe essere dipinta del colore indicato nel margine da queste parole: Lavoro italiano!

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L’Argentina non aveva agricoltura prima che i coloni italiani andassero a dissodarne le sconfinate pianure. La Spagna, all’epoca della sua dominazione, forniva le farine; poi le fornì il Cile. « In gran parte la ragione di tale trascuratezza—dice un culto studioso della materia, Giacomo Grippa, in una monografia comparsa nel libro di cui ho parlato in principio—è da cercarsi nella indolenza degli abitanti, che non cedette a nessun tentativo che si facesse per scuoterla. » L’agricoltura argentina, che forma la principale ricchezza del paese, è un prodigio italiano. Si pensi che i campi di Santa Fè, di Cordoba e di Entre Rios, da dove questi prodotti vengono, erano pampas, pianura selvaggia, senz’acqua, coperta da vegetazione sterposa, da cardi, da cactus, e che sono i nostri contadini che l’hanno resa fertile, con anni e anni di lavoro assiduo tenace. Si pensi che la conquista di tanto territorio è costata tanto sacrificio di vite italiane, quanto nessuna guerra nostra.

Dall’agricoltura sono nate le industrie, con le quali il paese si è emancipato dall’estero per alcuni prodotti di prima necessità. E gli iniziatori dell’industria argentina sono quasi tutti italiani. Perchè, vedete, si potranno trovare dei figli del paese concessionarî di lavori, intraprenditori, impresarî; talvolta commercianti; rarissimamente industriali; operai mai.

La coltura estensiva richiedeva macchine. Qualche povero fabbro italiano audace e volonteroso tentò di copiare le macchine straniere che capitavano nelle sue mani per le riparazioni. Riuscì. La sua fucina si ampliò a poco a poco, divenne officina, divenne fonderia. Dopo una lotta lenta, assidua e tenace come il battere del suo martello, vide il suo stabilimento aumentare, ed ergersi le ciminiere fumanti nel cielo; udì sempre più prepotente intorno a lui lo strepito infernale e divino del lavoro. Trovò imitatori: altri stabilimenti sorsero. Gli opificî fondati da italiani producono i tre quinti del totale lavoro del ferro in tutta la Repubblica. O meglio producevano, perchè ora tanti forni sono spenti, tante macchine immote, tante officine silenziose.

Altre industrie affini a quella del ferro sono sorte per opera d’italiani: fabbriche di mulini, di bilancie, di oggetti d’ogni metallo. L’industria dei metalli è quasi tutta italiana.

E qui un’osservazione, per dissipare un pregiudizio molto diffuso e dannoso. Le fabbriche e le imprese dovute alla iniziativa e al lavoro italiani non possono chiamarsi italiane che impropriamente, perchè il capitale che ne è l’anima si è formato laggiù, vi è radicato profondamente, è argentino, là si sviluppa e lascia tutti i suoi frutti. Disgraziatamente la mente che ha ideato e diretto il lavoro produttore, e le braccia che lo hanno eseguito, che sono italiane, non possono considerarsi che come apparecchi e macchine di precisione la cui provenienza è indifferente per la nazionalità dell’impresa. È necessario por mente a questo per non cadere in errore nell’apprezzare il valore dal punto di vista nostro, di quanto vado nominando come italiano. Quando si dice opificio, fabbrica, banca, commercio o impresa inglese o tedesca, per esempio, s’intende che il capitale che li anima sta di casa a Londra o ad Amburgo, dove vanno gl’interessi e dove s’accumula la riserva. Quando invece si dice opificio, fabbrica, banca, commercio o impresa italiana, s’intende—salvo qualche rarissima eccezione—che noi in Italia non ci abbiamo a veder niente affatto, ma che solo è nato nel nostro paese l’uomo che ne ha avuto l’idea e il coraggio, la perseveranza e la sapienza d’attuarla.

È il capitale che dà la nazionalità all’impresa.

In tutte quelle industrie che si dicono italiane, perchè fondate, dirette, amministrate e lavorate da italiani, il carattere d’italianità è assolutamente transitorio; dipende spesso dalla vita d’un uomo. A poco a poco, per cessione o per eredità, passano tutte in mani straniere—che spessissimo sono quelle dei figli—e di nostro non resta che la mano d’opera, la forza motrice. È poco. La mano d’opera è come il vomero dell’aratro che umile e basso si nasconde nel lavoro assiduo e passa ovunque sconvolgendo e fecondando, e che poi non è nulla di fronte al valore della terra e del grano. E poco monta che sia stato forgiato di ferro italiano o di ferro cinese.