Noi vediamo nell’Argentina i figli d’inglesi, ottimi cittadini argentini, ma inglesi nel sentimento, inglesi nel carattere, nella lingua; pronti a dare la vita per la nuova patria, ma con la mente e col cuore pieni della loro vecchia Britannia, palpitanti per le sue sciagure ed esultanti per le sue vittorie. Nel Chobut, da ventotto anni, viveva una floridissima e popolosa colonia di Gallesi, in parte figli dei primi pionieri e nati argentini, ma parlanti la loro aspra lingua, gelosi custodi delle loro tradizioni, fieri della loro storia. L’anno passato questi Gallesi protestarono indignati contro certi atti della Giustizia Argentina; una inchiesta ordinata dal Governo inglese riconobbe le loro ragioni, ed essi, dopo ventotto anni di residenza nell’Argentina, abbandonarono in maggioranza il paese per piantare le loro tende nel Canadà, ritornando più Gallesi di prima. Nel Brasile vi sono dei Municipî tedeschi nei quali tutti gli atti si scrivono in tedesco. I figli d’italiani—nella generalità dei casi, s’intende—non sono italiani, nè nella lingua, nè nel sentimento. È colpa loro? È colpa dei loro padri? No; il male è qui, in casa nostra.
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La prima caratteristica d’un popolo è la sua lingua. La lingua è il più grande vincolo fra gli abitanti d’una stessa nazione; è, per modo di dire, il segno primo di riconoscimento, come un gergo fra gli affiliati d’una stessa immensa associazione. Sul marciapiede d’una città straniera, quando fra il vocìo esotico della folla è dato di udire una parola del nostro idioma, noi ci volgiamo rapidi, col cuore pieno d’una subita gioia come se la voce di un amico ci avesse salutato, e ristiamo presso allo sconosciuto che parla la nostra lingua, trattenendo la voglia di stendergli la mano, di gridargli: « Sono italiano anche io! venite qui, non mi lasciate! »—e lo guardiamo con tristezza mentre si allontana, sentendoci ripiombare nella soffocante melanconia della solitudine. Parlare la propria lingua all’estero significa respirare un po’ d’aria della Patria; due parole, un saluto, bastano a sollevare il nostro spirito, come se quelle parole venissero da « là »; è tutto quanto di più caro abbiamo nella vita che ci parla in quel momento; poche parole del nostro idioma bastano a far compiere all’anima un rapido viaggio in luoghi amati e lontani, e farla tornare più lieta e serena.
« Parla la lingua della gran Patria tua »—ha scritto Ruggero Bonghi. « Non senti come attraverso questa si sprigiona e si manifesta ogni idea della tua mente, ogni moto del tuo cuore? Nessuna lingua è più bella della tua. Nella tua lingua si rispecchia la storia della patria. Di secolo in secolo le generazioni, che hanno preceduto la tua, vi hanno deposto il loro animo e ve lo hanno trasmesso. Quando tu la parli nella purezza sua, tu vivrai non solo con patrioti che vivono, ma ancora con quelli altresì che hanno vissuto prima di te, e niente di forestiero ti penetrerà nell’anima ».
Nella lingua è il segreto dell’unione, il baluardo della nazionalità. Ebbene, quanti italiani in Italia parlano italiano?
I colti tutti; ma noi sappiamo che disgraziatamente essi non formano la maggioranza nella massa emigratrice. Gli altri parlano ligure, parlano siciliano, romagnolo, lombardo, napoletano, piemontese, ma non italiano. La nostra lingua non va più al nord di Pistoja e più al sud di Roma. Un povero lavoratore abruzzese si troverà di fronte ad un suo compagno d’emigrazione ligure, come di fronte ad uno straniero. Mancherà lo slancio dell’affratellamento. Essi non potranno parlarsi, perciò non potranno conoscersi. E per amarsi bisogna conoscersi. Ecco forse la prima e più grave ragione della dispersione, della scissione e della discordia.
Ci troviamo di fronte a questa dura verità; che se tutti i francesi parlano—più o meno—il francese, tutti gl’inglesi l’inglese, i tedeschi il tedesco e i russi il russo, la maggioranza del popolo italiano non parla italiano. Come possiamo pretendere che avvenga all’estero, quello che non avviene in Italia? L’emigrato che non conosce che il suo dialetto, dovrebbe studiare l’italiano come una lingua nuova; è assurdo. Quando deve imparare una nuova lingua impara la più utile: quella del paese.
Ora, possono i figli di questi nostri emigranti conoscere l’italiano, se non è noto nemmeno ai loro genitori? Certamente no. E mancando la lingua italiana manca loro la base dell’italianità, il vincolo più forte con la Patria d’origine.
Per di più, all’infuori dell’idioma, i padri, che non conoscono spesso essi medesimi le grandezze e le glorie del loro Paese, i quali, talvolta, nella loro miseria hanno sentito come un senso d’inferiorità di fronte ai « nativi » e che hanno udito spesso il rimprovero umiliante della loro origine condensato in una parola di scherno, questi padri che nel loro affetto per i figli cercano di sottrarli alla condizione che ha messo tanto amaro sul loro pane sudato, e vogliono perciò renderli eguali agli altri più che sia possibile, questi padri, dico, potranno soffiare nell’anima dei loro piccoli un vigoroso spirito d’italianità? No; e chi di loro fa eccezione—ed eccezioni vi sono—compie un atto di eroismo.
Un’altra causa s’aggiunge: la donna. L’emigrazione italiana, come tutte le emigrazioni di lavoratori, è nella massima parte formata di uomini. I poveri non possono permettersi il lusso di portare lontano le loro donne. E con esse lasciano a casa la ricchezza inestimabile delle tradizioni, delle antiche credenze, degli affetti domestici. La donna vive nella casa e per la casa, sia pure essa un tugurio; la sua anima non disperde energie all’infuori della casa; si attacca al posto dove ha speso tutto il tesoro del suo amore, della sua attività, dove ha lavorato, sofferto, gioito, s’imbeve dello spirito di quei luoghi, ed anche trasportata lontano, al di là dei mari, vivrà sempre nella casa antica, e vorrà che tutto quanto la circonda gliela ricordi e gliela rievochi. Le rimembranze d’un uomo spaziano per monti e per valli: quelle d’una donna sovente non escono da quattro mura. Ogni donna che emigra porta con sè chiuso nel cuore un piccolo lembo della Patria. Ne parlerà ai suoi figli, sempre; imparerà loro le preghiere che ella vi ha imparato; conterà loro le leggende che essa vi ha appreso; farà sì che l’amino, poichè essa l’ama.