Ma le donne italiane che emigrano sono poche. Una gran parte dei nostri emigranti dispersi per la Repubblica Argentina si maritano con delle donne del paese, con delle criollas, spesso con delle brune chinitas figlie della Pampa, misere e fiere come i cardi delle loro pianure. Nulla d’italiano nella casa, e i figli crescono ignari della patria del padre, se non sdegnosi.

Quante volte non è dato di udire i figli d’italiani chiamare il padre loro: El viejo gringo!—Il vecchio gringo!...

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Il Governo Argentino, il cui più legittimo desiderio è quello di argentinizzare gli stranieri, ha avuto paura di una possibile diffusione della lingua italiana, e l’ha combattuta. Nelle scuole superiori pubbliche argentine si impara per obbligo il francese e l’inglese o il tedesco; l’italiano no. Ciò in un paese dove vive circa un milione d’italiani, e anzi appunto per questo. Da anni un Comitato italiano a Buenos Aires, composto di buoni patriotti, domanda lo studio obbligatorio dell’italiano nelle scuole; ora è riuscito ad avere l’aderenza di tutte le principali Società italiane. L’agitazione si è fatta sentire, certo, ma udire? La nostra lingua non è trattata finora nemmeno a parità di condizione con le altre. Il nostro spirito nazionale non può esserne che depresso. Alle menti infantili appaiono la Francia, la Germania, l’Inghilterra, la Spagna, attraverso le loro letterature, come le sole nazioni degne d’essere conosciute. L’Italia viene alla coda. Tutto questo influisce moltissimo nell’animo dei figli d’italiani, i quali poi molte volte vedono nell’ignoranza del padre come una prova della inferiorità italiana, e nella povertà dei nuovi emigranti l’indice della miseria nostra. E si confermano argentini con fierezza, e con tutto lo zelo esagerato del neofita, il quale si mostra sempre il fedele più fedele, perchè ha il passato da far dimenticare e perdonare. Nel nostro caso si tratta di far dimenticare e perdonare la origine italiana, che bene spesso è taciuta, dissimulata e talvolta negata.

Con lo studio della lingua italiana sarebbero rivelate loro bellezze e grandezze che non sanno, ricchezze che non immaginano, glorie che nessun paese potè mai vantare.

Il problema dei figli d’italiani è antico quanto l’emigrazione, e si presentò già triste e sconfortante fin da circa quarant’anni or sono alla mente dei patriottici fondatori delle prime scuole italiane nell’Argentina.

La scuola sola poteva dare il rimedio a tanto male. Nella scuola l’anima del fanciullo si scalda dei primi entusiasmi come un ferro alla forgia. Gli uomini e i paesi che impara ad amarvi esso li amerà per tutta la vita, perchè le prime impressioni rimangono profonde nella tenera cera del suo sentimento d’adolescente. Nella scuola si forma la sua coscienza, perchè ivi comincia a distinguere il bello dal brutto e il buono dal cattivo. Occorreva una scuola italiana che fosse anche scuola d’italianità, e a questo scopo, verso il 1866 sorsero a Buenos Aires le scuole delle Società Unione e Benevolenza e Nazionale Italiana.

Dieci anni dopo vennero istituite le scuole femminili della Unione Operai Italiani; nel ’77, quelle della Colonia Italiana, e l’anno dopo quelle dell’Italia Unita. Nell’84 sorgono le scuole della Società Venti Settembre e l’asilo dell’associazione femminile Margherita di Savoia; nell’86 le scuole dell’Italia, nell’87 quelle della Patria e Lavoro, nel ’90 le scuole della Umberto I, nel ’94 quelle della Nuova Venti Settembre, e nel ’97 le scuole della Cavour.

Tutte queste scuole sono sorte per fermo volere di benemerite persone degne di tutta la nostra riconoscenza, le quali hanno dedicato loro ogni energia, in mezzo alle opposizioni più accanite; opposizioni di soci egoisti che non volevano si stornassero per le scuole i fondi predestinati al mutuo soccorso; opposizioni di uomini e giornali argentini che scorgevano nelle scuole italiane un peligro nacional; opposizioni passive e schernose di scettici e disamorati.

Oggi vi sono quindici scuole italiane a Buenos Aires. È confortante. Ma osservandole si vede subito che queste scuole sono troppo per numero e troppo poco per forza, e che i loro risultati non sempre sono quelli che potrebbero sperarsi. Non basta fare una scuola; bisogna guardare anche un po’ a che cosa deve servire; occorre sempre proporzionare l’intensità e la natura d’uno sforzo allo scopo. Lo spirito d’italianità laggiù languiva, incerto, senza spinte, freddo ed inerte come una nave disarmata in balìa del mare; la scuola sarebbe stata la sua vela, spiegata per raccogliere nelle sue pieghe bianche e frementi tutti i soffî vivificanti dell’entusiasmo patriottico, per riunirli, farne una forza che spingesse e dirigesse. Occorreva questa grande vela all’abbandonata navicella dell’« italianità », e vi hanno spiegato invece dei fazzoletti. Forse non si poteva far di più.