Sarebbe possibile alla Collettività Italiana l’istituzione di queste grandi scuole, il cui programma ideale abbiamo rapidamente tracciato?

Sì, con un po’ più di unione, con un po’ più di concordia e d’amore. Ma il Governo italiano non dovrebbe rimanere estraneo all’iniziativa ed alla organizzazione di queste scuole italiane. Soltanto a questa condizione tacerebbero le antiche rivalità. Intorno alla sua opera tutti si unirebbero fraternamente. Occorre che una voce potente e paterna chiami i dispersi, concilî i dissidenti, plachi le ire, e questa non può essere che una voce che viene dalla Patria. Troppo tempo il Governo ha trascurato ed abbandonato quelle nostre colonie lasciando crescere le discordie, permettendo soprusi, sordo ai reclami, impassibile di fronte alle ingiustizie. Curando le scuole, che sono il vivaio degli uomini, avrà giovato a tutto un avvenire e si sarà fatto perdonare il passato.

La Collettività Italiana di Buenos Aires, che ha saputo adunare tanti milioni di capitale per la Società di beneficenza dell’Ospedale, farebbe altrettanto, e più, per le scuole, quando rimanesse persuasa che educare italianamente i figli è altrettanto necessario del curare i malati. L’azione del Governo dovrebbe essere più che altro morale: coordinare le forze e usarne con illuminata sapienza. Santa opera di pacificazione e di previdenza che non dovrebbe destare laggiù sospetti e gelosie.

L’Argentina potrà facilmente persuadersi che l’Italia non vuol certamente toglierle i suoi nuovi cittadini, ma vuole soltanto esserne amata perchè ne è madre.


NELLE CAMPAGNE ARGENTINE:
“PEONI„ E “MEDIERI„.

[Dal Corriere della Sera del 15 agosto 1902.]

La nostra emigrazione è nella massima parte composta di agricoltori, e l’agricoltura forma la più grande risorsa presente e futura della Repubblica Argentina. Lasciamo dunque un poco, lettore mio, le città con i loro governi, le loro amministrazioni, i loro tribunali, le loro collettività straniere—e relative associazioni—lasciamo la vita « civile » fra le passeggiate, le avenidas, i clubs, le bische, i teatri, gl’ippodromi che conosciamo già abbastanza e andiamo in cerca di tutti quei nostri connazionali che non si vedono nei grandi centri perchè lavorano dispersi per i campi, che non danno nell’occhio perchè sono umili, attaccati alla terra e del colore della terra. Essi sono la maggioranza. Sono essi che empiono le navi partenti dai nostri porti. La parola « emigranti » evoca alla nostra mente la loro folla misera e forte. Sono essi che i nuovi paesi invitano, perchè essi sono la ricchezza, l’unica vera ricchezza. Eppure sono gli ultimi ad essere visti da chi arriva laggiù, perchè al primo momento si scorge solo una folla di affaristi, di politicanti, di banchieri, di commercianti, d’industriali, di borsisti. Sono la maggioranza, ma le loro voci lontane non si odono; essi vengono gettati sui campi come si getta il seme. Il loro còmpito principale è quello di dare il frutto, darlo per tutti, e, se ne avanza, anche per loro.

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