L’emigrante che sbarca col solo patrimonio delle sue braccia è un peon. Il peon—italianizzato in peone—è l’essere più umile che esista. È qualche cosa meno di un uomo: è una macchina da lavoro della forza d’un uomo. Il peone fa di tutto: è facchino, manuale, spazzino. Vive alla giornata, oggi trasporta le pietre nei cantieri, domani trasporta i covoni sui campi. Gira sempre in traccia di lavoro; passa da colonia a colonia, da provincia a provincia, ben felice quando un’occupazione lunga lo fissa in qualche parte. Viaggia quasi sempre a piedi come l’Ebreo Errante, ma senza le scarpe leggendarie, perchè le sue si logorano.

Durante i lavori della campagna trova facilmente a vendere le sue braccia, se però qualche flagello non ha distrutto i raccolti. Quando sulle grandi aie le trebbiatrici rumorose ed ansimanti divorano i covoni, ed il frumento scorre via dal loro fianco come un liquido d’oro, una folla d’uomini s’affatica intorno alle macchine, porge loro i bocconi, raccoglie il grano nei sacchi che poi trasporta sui carri enormi. Sono centinaia di peoni. Da dove vengono? Nessuno si cura di saperlo; nessuno domanda il loro nome. Giungono a branchi, attirati dal frumento come le formiche. Sono accettati fino a che ve n’è bisogno; vengono contati e distribuiti al lavoro sotto la sorveglianza di capataz. Ricevono un nutrimento che varia—a seconda dei luoghi—ma che è invariabilmente cattivo; bevono acqua calda e quasi sempre melmosa, raramente mescolata con un po’ di caña—acquavite ricavata dalla distillazione della canna di zucchero. Il loro lavoro è aspro, terribile, sotto al sole torrido. Hanno un salario che può andare dal mezzo peso al giorno fino ai due pesos. Quando il raccolto è cattivo, il salario diminuisce. Quest’anno un numero grandissimo di peoni lavora nelle estancias per il solo cibo, ossia per il permesso di vivere.

I peoni più fortunati sono quelli che trovano un lavoro fisso; essi ricevono quindici, venti pesos al mese, ed hanno il vitto.

Purtroppo non è rarissimo il caso di peoni ai quali viene rifiutata la mercede pattuita. Finito il lavoro vengono qualche volta scacciati. Si sa bene che le loro proteste non sono ascoltate.

Vivono come le bestie, dormono in molti dentro un tugurio, che nella città è una camera di conventillo e in campagna una capanna od anche una semplice tettoia. Se ammalano cadono nelle mani di una curandera (poter chiamare il medico nelle campagne argentine è un lusso), la quale lega loro dei nastri rossi al polso per guarirli dalla febbre palustre, cava loro qualche libbra di sangue se accusano un grande male alla testa, fanno loro ingoiare le cose più strane e repugnanti per guarirli da un po’ di tutto. E muoiono così, sul loro giaciglio.

Il peone che ha una famiglia, non sempre ne è unito. È il primo consiglio che gli emigranti poveri ricevono dalle « Guide » distribuite in Italia, e dagli impiegati dell’Hôtel de Inmigrantes: separatevi dalla vostra famiglia; le donne trovano facilmente ad occuparsi in Buenos Aires! Ed essi e le loro donne si separano: partono alla ricerca del lavoro per vie diverse che talvolta non s’incontrano più.

Il sogno del peone è divenire mediero, ossia affittuario di un pezzo di terra. Talvolta riesce a mettere da parte un po’ di denaro, qualche centinaio di pesos, realizza il suo sogno. Le economie del peone sono il risultato di una vita miserabile, sordida, piena di sacrificî inauditi, di avvilimenti e di rinuncie spesso vergognosi. Se nella patria s’imponessero questi lavoratori una parte dei sacrificî che compiono sotto la sferza del bisogno laggiù, e se dedicassero alla loro terra soltanto un po’ di quelle fatiche crudeli, alle quali li costringe la necessità in America, allora l’Italia sarebbe senza dubbio il più ricco paese del mondo.

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Il mediero prende in affitto una o due concessioni (la concessione è un quadrato di 860 metri di lato). Si fabbrica con le sue mani una capanna di legno e di fango seccato a mattoni, ricoperta di una lastra di zinco o di paglia. L’abitazione di terra è tradizionale; vi sono città come Mendoza, per esempio, che sono quasi interamente costruite così. Non è raro, viaggiando per la campagna, di vedere dentro un ristretto recinto dei cavalli che corrono per tutti i versi spaventati da gridi e da colpi di frusta. Lo strano torneo dura delle ore, e non è facile capire a prima vista che quelle brave bestie con i loro nobili caracollamenti hanno il modesto ufficio d’impastare il fango per costruirne delle case.

La vita del mediero è meno incerta di quella del peone, ma non meno dura. Egli vive isolato in mezzo alla sterminata pianura. Spesso il centro di popolazione più vicino dista delle leghe. Una visita del medico costa venti pesos alla lega (50 lire). In caso di malattia ogni cura efficace è impossibile. Nell’estate, quando il grande calore corrompe l’acqua dei pozzi, il tifo ed il vaiolo mietono intere famiglie. In quella triste stagione è comune il vedere attaccato alla porta delle casupole un cencio nero, che si agita al vento tropicale soffiante dal Brasile e dal Paraguay caldo come il soffio d’una fornace. Quel cencio nero che sembra un uccellaccio di malaugurio agonizzante, significa che la morte è passata da lì: è il segno del lutto. La durezza delle condizioni fatte dal proprietario costringe il mediero a coltivare molta più terra di quanto sarebbe in grado di fare. Questo rende i lavori campestri eccessivamente faticosi. Il padrone sfrutta il mediero, e questi sfrutta la terra. La coltivazione si riduce allo strappare al suolo quanto più prodotto è possibile col minimo di lavoro, in proporzione alla superficie. Una famiglia normale coltiva circa cento ettari di terra. Le operazioni campestri debbono ridursi a due sole, per mancanza di tempo e di forza: la semina e la raccolta. La terra non sente la cura continua, operosa, della mano dell’uomo; non viene rinvigorita dalle concimazioni, nè liberata dalle male erbe. Si spossa rapidamente; dopo otto dieci anni, la sua forza produttrice declina rapidamente. L’uomo è costretto ad abbandonarla; essa ritorna pascolo; il deserto la invade di nuovo. Il proprietario è molto ricco, e poco gl’importa di sostituire l’agricoltura con la pastorizia nelle terre sfruttate; ma il mediero, salvo casi non troppo comuni, è sempre povero. Esso abbandona i campi ingrati in cerca di nuovo lavoro, ma con molto coraggio e molte illusioni di meno. È incalcolabile il numero di medieri che in quest’anno di misero raccolto sono tornati ad essere peoni. Ricordo d’averne incontrati tanti e tanti nelle colonie di Santa Fè e di Rosario, tragiche figure di affamati. Sono venute le annate di buon raccolto, ma essi non hanno potuto profittare della prosperità. La ricchezza strappata alla terra con tanta fatica, è passata per le loro mani senza lasciarvi nulla, mentre intorno a loro si sono andati arrotondando dei patrimonî. È necessario fermarci ad illustrare brevemente lo sfruttamento del quale è vittima la grande massa di questi poveri lavoratori dei campi.