Si passano i limiti del verosimile. Una forma di frode abbastanza ripetuta è questa: un uomo influente, amico del Governo, compera un terreno nazionale da pagarsi in tempo determinato, ordinariamente dieci anni. Subito remata. La terra subisce il solito processo di rincarimento e in ultimo viene venduta ai coloni, i quali la coltivano, la fecondano del loro sudore e pagano le annualità pattuite. Ma l’amico del Governo, che ha intascato un bel capitale, dimentica di pagare la terra allo Stato. Passa il tempo stabilito e il contratto suo è nullo. Lo Stato torna padrone e sequestra la terra. I contratti dei coloni sono nulli; la terra è mal venduta; i loro bolletti provvisorî valgono un bel niente. Essi sono spodestati. La loro terra appartiene ad un altro concessionario, il quale li scaccia.

Qualche volta è successo—e non certo raramente—che il venditore accende un’ipoteca sui fondi venduti ai coloni, sapientemente profittando del fatto che i coloni hanno titolo di proprietà soltanto alla fine dei pagamenti. Ritira le quote annuali dai coloni e se ne va in pace. I poveri contadini si veggono ritolta la proprietà loro o debbono assoggettarsi a pagare l’ipoteca, ossia a ricominciare da capo.

Un argentino ricchissimo, che aveva mal comperato certi terreni in San Vicente, nella provincia di Santa Fè, pensò di rifarsi vendendoli a dei coloni italiani. Nell’affare figurò un agente, il quale cedette i lotti ai coloni a rate annuali e passò gl’incassi all’argentino ricchissimo—il fatto è ben noto in tutta la provincia. I veri proprietarî, dopo alcuni anni, fecero un processo ai coloni e ottennero di sloggiarli tutti quanti. Alcuni di quegli infelici preferirono pagare di nuovo, ma dovettero pagare il doppio, poichè il terreno, dopo sette anni del loro lavoro, aveva raddoppiato di prezzo. Essi così pagarono tre volte la terra. Cito questo caso, perchè l’argentino in questione ha occupato un’altissima posizione nel governo della provincia di Santa Fè ed è fra i più reputati uomini politici: lo chiamano l’honrado tirano—il tiranno onesto. Questo dimostra che fare di queste cose non è in fondo un gran male laggiù. È un po’ di viveza.

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È impossibile enumerare tutte le infamie di questo genere delle quali sono vittime i nostri coloni. Il male è che il cattivo esempio viene dall’alto. Cito fra molti un fatto—che posso documentare—avvenuto recentemente a Yeruà. Il Governo argentino ha venduto dei terreni a coloni italiani, pagamento rateale a dieci anni. Quando mancano gli ultimi pagamenti, gl’incaricati della riscossione si rifiutano di ricevere il denaro per poter così mantenere non definitivo e illegale il possesso. E sapete perchè? Per poter cedere una parte di quelle terre già pagate, sacrosantamente pagate, ad una Compagnia ferroviaria.

Tra errori e frodi, non è esagerato l’asserire che più del sessanta per cento dei contratti di vendita di terre è di validità non accertata. La colonia Cello, la colonia Josefina, la colonia Santarita, sono state pagate interamente due volte; anzi molto di più, perchè nel nuovo pagamento si è tenuto largamente conto dell’aumento del valore.

Non è facile immaginare quale sia questo aumento, talvolta. Il colono prende possesso d’una terra vergine, e la terra ha bisogno di lunghe, pazienti e faticose cure prima di schiudersi alla fecondità. Il colono deve circondarla di recinti, deve costruirvi la casa, scavare i pozzi, tracciare le strade, allevare gli animali da lavoro, dissodare la terra, a più riprese sconvolgerla tutta. Soltanto dopo varî anni egli raccoglie i frutti del suo assiduo lavoro. Nei primi anni le sementi si perdono; i cardi e gli sterpi sotterrati dall’aratro tornano a sollevare i loro steli tenaci fra le zolle, soffocando il frumento: bisogna schiacciarli di nuovo sotto i colpi degli attrezzi campestri, come serpentacci, fino a che si ritirano dai campi coltivati, vinti e dispersi. Ebbene, è proprio in questo momento, quando il colono sta per ritrarre i primi frutti del suo lavoro, che egli—nei casi troppo soventi di mala vendita—si vede scacciato. Egli deve abbandonare la terra « con tutto quanto vi è piantato, edificato e inchiodato »—come è detto nei contratti di vendita. E deve abbandonare anche il raccolto, perchè questa specie di sfratto laggiù compare, come una mala pianta, quando le messi maturano.

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Ecco perchè anche il colono come il mediero—del quale il lettore conosce la triste esistenza—si trovano costretti a sfruttare ad oltranza la terra, ripetendo senza posa le colture che offrono prodotti di più facile smercio e di maggiore profitto, come il grano, il lino e il mais, senza mai concederle una rotazione che significherebbe perdita di tempo e di denaro, senza mai rinnovarle i sali sottratti dalla vegetazione, senza mai darle riposo.

La terra s’impoverisce rapidamente. La vita media d’una colonia non supera i venticinque anni. La crisi agricola, in molte delle più antiche colonie argentine, diviene endemica. Entre Rios e Santa Fè declinano. Si leggono nei giornali argentini delle descrizioni desolanti di miserie profonde. Se il colono fosse lasciato libero del suo campo, senza l’oppressione d’uno sfruttamento così grave, non basterebbero certo le cavallette del Chaco a rodere in due anni la prosperità della campagna argentina. È che i disastri agrarî trovano tanto la terra quanto i suoi lavoratori immiseriti, incapaci a resistere.