CONCLUDENDO SULL’ARGENTINA.
[Dal Corriere della Sera del 5 settembre 1902.]
Scrivendo le mie prime lettere dell’Argentina, non avrei creduto di dover intrattenere in seguito il lettore così a lungo sulle cose di quella Repubblica. Intendevo di tracciare rapidamente, come meglio potevo, la fisionomia di quel paese dove tanti italiani vivono, riportare semplicemente le impressioni di quello strano stato di cose osservato con occhio italiano. Ma le prime pubblicazioni assunsero un carattere per me assolutamente inaspettato: quello di rivelazioni.
Le brevi e presto spente polemiche sollevate in quel momento, dimostrarono che quanto scrivevo riusciva per molti nuovo. Ho creduto mio dovere d’offrire i più ampi particolari, di non attenermi più alla semplice esposizione delle mie osservazioni personali, ma dimostrare, con la maggiore larghezza di prove, fatti e documenti, la verità.
Scrivendo da laggiù, tutto mi potevo immaginare, fuori che di dire cose nuove per noi. Non riportavo certo delle storie segrete: chi vive e chi ha vissuto nell’Argentina le conosce bene pur troppo. Si tratta di una situazione nota a milioni di persone, della quale centinaia di giornali locali scrivono ampiamente e uomini politici discutono; si tratta di fatti tangibili, controllati da tutto un popolo, i quali possono essere giudicati in un modo o in un altro, a seconda la coscienza o l’abitudine, ma che sono fatti; si tratta di tutta la vita speciale d’un paese, per un buon terzo di sangue italiano, e nella quale nulla v’è di misterioso e di celato. E noi, noi italiani che più di ogni altro popolo avevamo il diritto ed il dovere di sapere tutto, noi, nella maggioranza, ne sapevamo poco o nulla.
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Questo fatto ci condanna. Noi possiamo gridare contro le ingiustizie e contro gli inganni che così spesso attendono i nostri poveri emigranti, ma non potremo con questo toglierci di dosso la parte di responsabilità che noi abbiamo di quei mali. La nostra colpa si chiama indifferenza.
Da trent’anni la nostra emigrazione si dirige nelle regioni del Sud-America, attiratavi in tutti i modi, e noi non abbiamo quasi sentito il bisogno di sapere esattamente che cosa avvenisse di questo torrente di popolo che abbandonava la patria. Qualche voce onesta si è levata di tanto in tanto a denunziare delle infamie di cui sono vittime i nostri emigranti, ma s’è spenta senza lasciare una eco lunga e profonda nella coscienza pubblica. Si è trovato che l’emigrazione era una necessità, un bisogno, come una valvola di sicurezza che ci salvava dai pericoli della sovrapopolazione, e questa constatazione ha servito troppo di scusa alla nostra indifferenza. E quando, dopo tanti anni, abbiamo pensato ai nostri emigranti, non abbiamo visto che le miserie della loro partenza; e non spingendo lo sguardo più lontano del mare abbiamo rese migliori le condizioni del loro viaggio, senza por mente che il viaggio è niente, è il brevissimo esordio delle loro sofferenze, è la soglia della loro nuova vita, una soglia che può essere indifferentemente rude o levigata.
Di quei paesi e della vita che vi si svolge noi abbiamo avute relazioni interessate—sulle quali è degno sorvolare—le quali non ci hanno mostrato che i lati belli e seducenti. Abbiamo visto le ricchezze e abbiamo visto i progressi, e ce ne siamo accontentati, senza domandare quanto queste bellezze costavano del nostro sangue. Non abbiamo domandato le tavole della mortalità, non abbiamo visto i caduti dell’immenso esercito nostro, che ha traversato a squadre l’Atlantico per combattere silenzioso, sotto altra bandiera, la più disperata battaglia.