Nulla abbiamo saputo, nella nostra maggioranza, dei tranelli, dei soprusi, delle violenze e delle ingiustizie che tanto spesso attendono i nostri lavoratori—come potevamo porgere aiuto, tutela e difesa? Le cose americane ci sono sembrate tanto lontane, che non ci hanno interessato che vagamente, come curiosità. Così abbiamo lasciato che quei mali crescessero, ingigantissero, divenissero endemici, pressochè incurabili.
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Non possiamo pensare seriamente a rimediare al passato: siamo costretti ad assistere allo spettacolo di tanti dolori e tanta miseria impotenti a portarvi sollievo. Molta parte di tante sciagure è dovuta a cause sulle quali noi non possiamo nulla. Il Governo argentino ha il diritto pieno di essere cattivo o pessimo, di fare debiti e d’imporre gravami al popolo, di reggersi come meglio crede, di ruinare o no le finanze del paese.
Ma il passato può servirci di scuola per l’avvenire. La crisi argentina, per quanto grave, volgerà ad una soluzione; quel Governo—che già ha destinato non lievi fondi per la propaganda all’estero in favore dell’emigrazione—aprirà alla colonizzazione nuovi territorî non ancora sfruttati: la corrente emigratoria si riformerà, e fino ad una nuova crisi le cose cammineranno bene (bene nel senso generale dell’economia pubblica, intendiamoci).
Ebbene, profittiamo di questa sosta per preparare la nostra emigrazione. Facciamo in modo che le illusioni scompaiano dalla fantasia delle nostre masse prima che queste si muovano di casa, prima che la stessa dolorosa e irreparabile realtà laggiù venga con le lacrime più amare a lavar via i loro sogni. Che emigrino, ma emigrino armate e pronte. Che sappiano tutto dall’A alla Zeta, che conoscano il buono e il cattivo, che possano agire con la loro mente e con il loro criterio illuminati dalla piena conoscenza delle cose, che conoscano i sentieri della riuscita e anche i precipizî che li costeggiano, le trappole che vi sono tese, le imboscate preparate. Allora solo avremo un’emigrazione forte, cosciente, utile a sè e alla patria.
In questa santa propaganda sta il nostro primo dovere: ma non basta. Regoliamo la nostra emigrazione. Prima che essa si muova pretendiamo di sapere dove andrà e che lavoro le è riserbato; domandiamo delle garanzie. Se per la colonizzazione d’un nuovo territorio occorrono cinquantamila lavoratori, ci siano note le condizioni del lavoro e le forme di contratto. L’emigrante partendo deve potersi dire, supponiamo: Vado nella tal regione, avrò tanta terra, a questi patti, che mi convengono. Gli emigranti meridionali potranno scegliere le regioni più calde, quelli dell’alta Italia le temperate. Tutto questo non può avvenire laggiù dove gli emigranti appena sbarcati si agglomerano nell’attesa che si disponga di loro, ignari di tutto, nell’impossibilità materiale, una volta disseminati per la Repubblica, di reagire, di protestare, di far ascoltare la propria voce.
E quando è giunto sul posto l’emigrante non deve essere abbandonato dalla vigile tutela della Patria, l’osservanza dei patti deve venir controllata con i mezzi più rapidi, più serî e più discreti.
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Guardiamo l’emigrazione sotto il suo vero aspetto. Non si tratta già di zavorra che noi gettiamo per andar più leggeri, come una comoda teoria vuol far credere. Non si tratta di poveraglia della quale dobbiamo essere felici di disfarci, ringraziando quei paesi che le offrono la tradizionale « ospitalità generosa », come si ha il coraggio anche oggi di ripetere da certuni. No, no, la cosa è, grazie a Dio, molto più degna: si tratta in fondo di domanda di mano d’opera da parte dei nuovi paesi, e da parte nostra. È un commercio di forze, nobili forze dalle quali tutto scaturisce; forze motrici della civiltà. Noi non siamo affatto costretti a gettarle via; la sovrabbondanza di mano d’opera in Italia non è assoluta, ma relativa alla penuria che altri ne hanno. Tanto è vero che la corrente emigratrice subisce variazioni d’importanza non tanto per mutamenti di condizioni nostre quanto per mutamenti di quelle dei nuovi paesi, e le statistiche dell’emigrazione nell’Argentina lo dicono; se l’Argentina non migliorerà la sua situazione, vedrà che la nostra « zavorra » può anche restare a casa. V’è domanda e offerta; possiamo dunque trattare.
Il Governo nostro ha compreso vagamente questo quando, sulla fine dello scorso anno, ha proposto al Governo Argentino di fare un esperimento di emigrazione scelta per la colonizzazione, sotto date condizioni, cominciando con alcune centinaia di lavoratori. Era un principio d’interessamento. Ma il Governo argentino, che incondizionatamente ha ricevuto l’anno passato trentun mila emigranti italiani, ha evitato ogni trattativa declinando l’offerta. Bisognava impedire l’emigrazione incondizionata, e si sarebbe venuti a trattative. Noi non conosciamo che due estreme misure in fatto d’emigrazione, egualmente cattive: o proibirla assolutamente per un dato paese, o permetterla senza limiti, senza freni e senza misura. Per l’emigrazione in certi Stati dovremmo porre delle condizioni. Se esse non vengono accettate vorrà dire: o che non v’è richiesta di lavoro—e allora è sempre bene che gli emigranti non partano—; o che non ve alcuna intenzione di garantire gli emigranti degli abusi, le frodi, le violenze e le ingiustizie—e allora è egualmente bene che gli emigranti non partano, per risparmiarsi inevitabili dolori e disinganni, o che si dirigano altrove, dove i loro diritti siano meglio riconosciuti e più rispettati.