Per le armi è necessario osservare che la scoperta della polvere è separata cronologicamente dal suo uso negli eserciti per lo spazio che separa il 1330 dal 1460, venendo a quest'ultima epoca segnalate dagli storici le prime armi da fuoco che furono piccioli cannoni e non moschetti, vale a dire che erano un'arma ausiliaria nulla cangiante nell'armamento degli ordini principali, e particolarmente della fanteria di cui le armi da fuoco son divenute in séguito l'armamento unico. Da ciò possiamo dedurre e dimostrare che l'arco, cioè l'arbalete, formava l'armamento delle truppe leggiere le quali servivansi con preferenza delle armi da trarre; che l'infanteria era armata di lunghe spade, cominciando le picche a prevalere in ragione dei progressi che si facevano nell'arte; che l'esempio degli svizzeri, seguíto dagli spagnuoli, avvalorava quest'uso per l'utile impiego che ne avevano fatto nelle loro guerre; e che in séguito furono introdotti i plotoni di moschettieri (quando il moschetto divenne piú maneggevole) destinati piú a supplire gli arcieri che l'infanteria di battaglia. Non è se non nel principio del decimosesto secolo che nell'ordinanza generale dell'infanteria si trovano miste le armi da trarre e da ferir da presso, e pare che negli eserciti di Carlo quinto si sia cominciata questa piú larga applicazione delle nuove armi derivanti dalla scoperta della polvere. Possiamo quindi conchiudere che nel periodo che discorriamo le armi si conservarono in principio come nell'antecedente periodo, particolarmente per tutto ciò che riguarda quelle difensive e per la cavalleria che poco risentivasi dei nuovi metodi e nella sua composizione e nel suo armamento. Piú positivo e piú compiuto divenne il cambiamento per la guerra d'assedio a cagione dell'uso di nuove macchine che mostraron facilmente la loro superioritá sulle antiche.

Gli ordini, che sono una conseguenza necessaria ed un riflesso della natura delle armi, si risentivano di ciò che vi era di misto e d'indeterminato in queste ultime. Le armi da fuoco dovevano direttamente mutare gli ordini nel far diminuire la profonditá ed estendere il fronte; ma questo risultamento, lento come tutte le innovazioni, trovava ostacoli nella forza di ciò che esisteva per costumanza. Da quanto dicemmo è ben chiaro che in questo periodo l'ordine profondo restò l'ordine primitivo ed abituale della fanteria di battaglia. Quelli che lo sostenevano si appoggiavano alle classiche tradizioni dei popoli colti della antichitá, che a quell'epoca erano considerati come modelli di tutte le discipline e la cui imitazione piú compiuta era la scala sulla quale si misurava il merito dei detti e dei fatti. L'espressione di questa disposizione degli spiriti elevati, che si congiungevano alle masse per l'erudizione come gli altri per abitudine, si trova nell'opera piú notabile di quel tempo sull'arte della guerra, la quale ha il raro vantaggio di essere sempre piú apprezzata nel progresso della scienza e con l'andar dei secoli, vogliam dire l'Arte della guerra del Segretario fiorentino. Quel sagacissimo ingegno, non ostante l'imperfezione delle armi da fuoco, ne aveva prevedute tutte le conseguenze nelle future guerre, e ciò che ha detto sugli effetti dell'artiglieria sorprende oggidí i militari piú istruiti e piú ricchi in esperienze guerriere. Ma il Machiavelli, dominato dall'ammirazione dei romani, si trova combattuto tra la sua alta intelligenza e gli usi del popolo che tanto venerava; per cui sostiene l'ordine profondo come abituale, non ostante la scoperta della polvere di cui aveva calcolato le ultime conseguenze sull'arte. È giusto il far osservare che la fanteria svizzera, la prima che tra i moderni si fosse formata, aveva avuto successi tali da non mettere in dubbio alcuno la bontá degli ordini da essa adottati. La battaglia di Marignano fu quella che mostrò non potere una fanteria in ordine profondo lottar con vantaggio contro eserciti forniti di artiglierie, ma debbe ancora aversi in considerazione che questa pruova decideva piú contro il sistema greco della falange che contro quello romano della legione. Epperò il Machiavelli nelle sue Legazioni, ove descrive le truppe e gli ordini degli Stati che è destinato a far conoscere, indica questo difetto dell'ordinanza svizzera, come Polibio accusava la falange macedone di mancanza di flessibilitá nei suoi movimenti. Infatti Francesco primo chiamò «legioni» le prime truppe che ordinò. Per il che possiamo conchiudere che a quell'epoca la quistione era tra i due ordini profondi dei greci e dei romani e non tra l'ordine profondo ed il sottile dei moderni. La cavalleria aveva le stesse armi, la stessa composizione, come abbiamo veduto; e questo feudale elemento perdeva della sua importanza militare in modo che dall'essere il nerbo dell'esercito passava ad essere un'arma ausiliaria. Le truppe leggiere mutavano armi ed erano in un insensibile movimento ascendente che corrispondeva a quello delle comuni, da cui erano tolte il piú sovente. L'artiglieria che rappresentava la scienza si mostrava subordinata, ausiliaria, ma piena d'avvenire. Le fortificazioni che possono risguardarsi come ordini immobili dovevano essere grandemente modificate dalla scoperta della polvere, e può considerarsi come determinato questo cangiamento dall'epoca in cui i bastioni furono sostituiti alle torri; trasformazione che dimostrava l'effetto delle nuove armi e che corrispondeva all'abbandono dell'ordine profondo nella fanteria. Ma è da riflettere che non ostante la minor difficoltá ad ordinare gli uomini in un modo differente da quello delle mura, pure cronologicamente la modificazione fu operata prima in fortificazione che in tattica, benché riguardo alla prima esistessero contemporaneamente, e ve ne sono ancora i vestigi, il sistema antico delle torri con quello moderno dei bastioni.

La logica conseguenza di quanto esponemmo sugli uomini d'armi e gli ordini del periodo che trattiamo ci conduce naturalmente a determinare qual fosse il sistema generale di guerra derivante dagli elementi che abbiamo esaminati, giacché nella loro applicazione, che forma la parte trascendente dell'arte, si riassume al tempo stesso la loro natura, il loro uso ed il loro scopo.

La strategia che forma i piani di campagna e dá i metodi delle grandi operazioni della guerra, la tattica che decide delle battaglie che compiono i movimenti strategici, e l'attacco e la difesa delle piazze che hanno per oggetto di difendere il proprio suolo o di solidamente stabilirsi su quello del nemico, costituiscono la parte alta della scienza militare.

Far conoscere brevemente le pratiche di quei tempi su questi tre oggetti è il mezzo piú accurato a nostro credere per risolvere compiutamente il problema che ci siamo proposti.

La strategia non è se non le leggi della guerra: ed applichiamo la definizione del Montesquieu, che considera le leggi come i rapporti tra le cose, vale a dire naturali, eterni, che l'uomo non crea, che può scovrire con la scienza, sconoscerli quando n'è privo, ma anche in questo caso averne l'istinto ed il presentimento.

E tal era a nostro credere il caso della strategia nell'epoca di cui discorriamo, mentre l'antichitá militare era male studiata e non bastava a risolvere tutte le quistioni che le nuove armi facevano nascere e per teorica e per pratica. In sostegno di questa opinione citeremo quella di un sapiente italiano che ha corredata la bella edizione di Montecuccoli da lui data di note sagacissime, il signor Foscolo, il quale cosí si esprime sul proposito dello stato teorico della scienza col periodo che seguí la scoperta della polvere. — «Ma le divisioni provinciali, il sistema feudale d'Europa e le cattedre della letteratura usurpate da gente senza amor di patria e senza cuore allontanarono dalle guerre del secolo decimosesto le grandi teorie degli antichi. Molte furono le battaglie, poche le risultanze: si operò sempre e non si meditò mai. E mentre la fortuna e le passioni governavano la guerra, innumerevoli traduttori e interpetri desunsero esattamente le istituzioni e i metodi della Grecia prima inventrice della disciplina militare, e di Roma conquistatrice del mondo; ma si tradusse col lessico e si commentò colla grammatica. Raro la filosofia e rarissimo l'esperienza concorrevano negli studi eruditi. Si ammirava l'antica milizia, si notomizzavano ad una ad una le imprese; ma chi mai dalle scuole di Giusto Lipsio e di Giovanni Meursio poteva risalire alle ragioni universali delle vittorie greche e romane? Cosí i guerrieri abbandonavano i maestri di guerra agli antiquari. Questi per fastidio delle cose contemporanee, quelli per poca stima dell'antichitá, credeano che la diversitá originata dalle armi, dalle artiglierie e dalle fortificazioni non ammettesse piú omai né paragone né imitazione tra gli eserciti antichi e i moderni».

Questo passaggio sí sublime fa chiaramente conoscere la veritá della nostra assertiva, cioè che la strategia era nell'infanzia e le sue leggi eterne ignote ai guerrieri ed ai sapienti. Il Machiavelli stesso che il suo ingegno distingue dagli altri eruditi pel carattere positivo e chiaro che prendevano le scienze da esso trattate, si attiene anch'egli troppo alla stretta imitazione delle marcie e degli accampamenti dei romani, che non erano del tutto applicabili e lo divenivano ogni giorno meno. Ma bisogna osservare che come filosofo politico volea ottenere questi successi per l'ordinamento di eserciti nazionali, per le istituzioni e per le discipline che ha sí ben osservate ed esposte ne' suoi Discorsi su Livio; per lo che intendeva egli, per rilevare la grandezza italica, ad opporre anziché metodi puramente guerrieri, la forza morale degli eserciti al tristo spettacolo che i conduttori gli presentavano. Ci resta ora ad esaminare se nell'ignoranza della scienza vi fosse in alcuni capitani l'istinto ed il presentimento. Noi rispondiamo affermativamente a questa dimanda.

L'invasione di Carlo ottavo in Italia, la lega che si gli formò contro per chiuderlo in essa, la sua ritirata troncata strategicamente dall'Alviano general veneziano, la difesa della Calabria fatta da Aubigny, la fine della battaglia di Fornuovo che aprí la strada all'esercito francese, rassomigliano di molto alle operazioni che precedettero la battaglia della Trebbia nel 1799, al passaggio della Beresina nel 1812, alla battaglia di Hanau nel 1813, e dimostrano che i capitani di quel tempo avevano l'istinto delle grandi operazioni di guerra, mentre veggiamo che cercarono con le marcie di prevenire il nemico in un punto geografico importante e di giugnere allo stesso scopo che a' nostri tempi cercan di conseguire generali istruiti e che la scienza ridotta a regole chiare indica e facilita. Se vi aggiungiamo il merito militare di Marcantonio e Prospero Colonna, che seguivano ed ingrandivano le strategiche combinazioni le quali noi segnalammo nel precedente discorso non essere ignote ai piú illustri condottieri del decimoquarto e decimoquinto secolo, troviamo la serie di queste regole non interrotta. La campagna del gran capitano Gonsalvo sul Garigliano, quelle di tutta la scuola dei capitani spagnuoli sotto Carlo quinto, le sue imprese di Affrica, ove era indispensabile la cooperazione della marina militare che si personificava in Andrea Doria, tutto pruova il progresso in cui erano le combinazioni militari, giacché uno de' suoi segni piú evidenti è quello della combinazione degli eserciti con le armate di mare. Le guerre di Solimano e quelle dei capitani francesi del tempo sono pruove novelle che vengono ad avvalorare la nostra assertiva. Maurizio elettore di Sassonia era un generale pieno del vigoroso istinto della gran guerra, di cui vediamo indicato il carattere in tutti gli Stati belligeranti di allora. Ciò doveva essere, mentre il combattimento si era ingrandito, le guerre civili della feudalitá finite, le nazioni combattevano tra esse per mezzo di eserciti permanenti, con vasti spazi da percorrere, da conquistare, da difendere, e le campagne dovevano avere una durata corrispondente allo scopo della guerra. Tutte queste circostanze forzavano l'ingegno umano a svilupparsi nella direzione delle sue necessitá, per la qual cosa, come dicemmo, la strategia fu sentita, presentita e praticata, benché non composta ed elevata a grado di scienza. Queste istesse circostanze resero indispensabile un sistema di amministrazione militare, essendo divenuti gli eserciti colonie operanti. Ma l'imperfezione dell'amministrazione degli Stati faceva sentirsi nell'esercito, per cui la guerra era funesta alle contrade che n'erano il teatro; e basta la presa di Roma del contestabile Borbone, cosí per la cagione come per gli effetti, a far comprendere che cosa fosse l'amministrazione di un esercito del piú potente sovrano di que' tempi. Può dirsi per la tattica che le stesse enunciate circostanze che aveano fatto giungere gli spiriti elevati alle combinazioni della parte trascendente dell'arte, dovevano produrre lo stesso risultamento per muovere le masse che si urtavano tra esse, per ordinarne e sottometterne a calcolo i movimenti ed i loro effetti. Ma benché sembri piú naturale e piú ragionevole che la tattica, meno sublime nei suoi metodi, dovesse progredire prima della strategia, pur nondimeno il contrario è provato dall'istoria militare. Ed acuta quanto profonda troviamo l'osservazione di un uffiziale sapiente, vogliam dire del general Pelet, cioè non essere anche oggidí la tattica in armonia con la strategia, anzi dover fare assai progressi per livellarsi con quelli da questa fatti.

Con estrema diffidenza osiam proporre una spiegazione di questo fenomeno, e diremo, se cosí possiamo esprimerci, che la strategia, come tutto ciò ch'è generale nello scibile, si rivela piú facilmente al genio, qualunque sia lo stato della societá, mentre che la tattica, piú metodica e piú artistica, ha bisogno di piú condizioni prese nello stato generale della societá per fissarsi. Osiam ancor dire che in un'epoca poco inoltrata in civiltá si ritrovano uomini superiori che giungono con la forza del loro genio a penetrare le grandi leggi della natura, ma non a ridurle a metodo. I filosofi sono piú antichi della filosofia, i gran poeti della poetica ed i legislatori dei giureconsulti, come i capitani degl'ispettori. Del resto abbiamo veduto dall'incertezza degli ordini che produceva quella delle armi, che tattica non ve n'era, e non ostante accurate ricerche, noi non possiamo citare nelle battaglie di quell'epoca nessuna di quelle finezze dell'arte che restano modelli in tutt'i tempi per gl'imitatori illuminati[3], come osservammo per le operazioni generali tra le quali citammo la guerra del gran capitano Gonsalvo di Cordova sulle rive del Garigliano.