—Due, anzi—mentì don Carmelo—ma non ci dissero che la bambina era in pericolo.—
Prima che entrasse il beccamorto con la cassetta sottobraccio, una pietosa vicina aveva trascinato in casa sua la madre per non farla assistere alla dolorosa scena. Non voleva staccarsi dal cadaverino e lo baciava e ribaciava, gemendo:—Figlia, figliolina mia, cuor mio!—Cardello stralunato avea voluto accompagnare la morticina fino al cimitero, piangendo quasi si trattasse di una sorella.
E ora, aiutando il padrone a inchiodare le assicelle dello scenario e a piantare i travicelli delle quinte e della bocca d'opera, canticchiava e zufolava sottovoce per ingannare la gran pena che aveva nel cuore.—Purchè non ci porti sfortuna!—brontolava don Carmelo.
E mandò a chiamare la moglie, perchè lavorasse anche lei.
—Durerà eterno questo pianto? Dovresti anzi essere contenta che la bambina non soffra più e stia in Paradiso.—
E parlò in modo così brusco, che la povera donna si fece forza, si asciugò le ultime lacrime, prese in mano il vestito del Tartaglia stracciato dal colpo di seggiola nella memorabile serata, e cominciò a rammendarlo.
Don Carmelo avea ritrovato parecchi vecchi amici che venivano a vederlo lavorare, non sapendo come meglio occupare il lor tempo; e, ogni volta, mandava a prendere un litro di vino dalla vicina osteria per ricambiare la stessa cortesia che qualcuno di loro gli usava la sera colà. Bevevano, ciarlavano, e uno di essi il più giovane, gli ripeteva una facezia che faceva aggrottar le ciglia a don Carmelo:
—Vecchio peccatore! Non vi bastava Colombina! Avete voluto anche una mogliettina giovane e bella!—
Costui era sempre allegro; raccontava storielle che facevano fin sorridere donna Lia, suonava la chitarra, cantava canzonette un po' sboccate, e quando don Carmelo dimenticava di far prendere il solito litro di vino, diceva a Cardello:
—Senz'offesa, don Carmelo… mando il ragazzo qui vicino. Su, panperso: un litro, e del migliore.—