Don Carmelo nei primi giorni non se n'era offeso; ma a poco a poco la frequenza di Tano Spaglia cominciò ad annoiarlo.
Costui veniva, la sera, a godersi gratis l'opera; la mattina, col pretesto di dargli il buon giorno, passando; e nelle ore pomeridiane, per far quattro chiacchiere e spassarsi con la chitarra, la più stupenda chitarra che gli fosse capitata tra le mani, diceva; e un giorno o l'altro avrebbe finito col portarsela via, di nascosto, se don Carmelo non si decideva a vendergliela; l'avrebbe pagata quel che lui voleva, s'intende.
Don Carmelo intanto non aveva coraggio di dirgli:
—Fammi il piacere, amico; non starmi sempre tra' piedi!….—
Infatti quando non veniva solo, si trascinava dietro gli altri vecchi amici di don Carmelo, perchè nello stanzone dell'opera si stava con più libertà che all'osteria, ed era un divertimento star a veder rivestire i pupi, e lavorare le teste e le mani di legno che don Carmelo con quattro colpi di sgorbia e con un coltellino abbozzava, rifiniva e poi colorava con la vernice.
Gl'introiti delle serate andavano benissimo. Folla ogni sera, da dover rimandare la gente; e a desinare vassoi di vermicelli e tocchi di carne e frutta e vino: sembrava carnevale ogni giorno, come diceva Cardello, che ingrassava a vista d'occhio. Donna Lia (era naturale) stonava in mezzo a tutto quello sperpero e tra tanta allegria, vestita di nero, con gli occhi cerchiati di livido perchè appena restava sola, con la porta chiusa, si sfogava a piangere la morticina del suo cuore, quasi non fosse già trascorso qualche mese dalla sera della disgrazia.
Invano Tano Spaglia le diceva scherzando:
—Ma via! Figli e guai non mancano mai!
—Mutiamo discorso!—brontolava don Carmelo.
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