Dovettero convenire che tutte le precauzioni suggerite dall'arte, dall'esperienza erano state messe in opera, e che la disgrazia di quella frana non era umanamente prevedibile.
Cardello in quei terribili otto giorni avea perduto il sonno e l'appetito. La sera, tornando a casa, gli sembrava di trovarsi in un deserto, quasi le stanze si fossero ingrandite e fossero divenute stranamente paurose. Non sapeva darsi pace che il padrone stesse nella lurida buca del carcere in cui doveva soffrire immensamente, quantunque gli fosse stato concesso di farsi portare letto e biancheria di suo, e il desinare, pel quale Cardello sfoggiava tutta l'abilità culinaria appresa al servizio del Decano. E sembrò quasi impazzito la mattina in cui apprese che il Piemontese sarebbe stato rimesso in libertà per inesistenza di reato. Gli avea ornato la camera con fiori a mazzi e sciolti e sul cassettone, in mezzo ai fiori avea collocato il vasetto pezzo unico, non ancora spedito a Torino per esservi venduto, tentando così di ricordare al padrone la ripresa degli esperimenti. Chi sa? Forse il caso li avrebbe aiutati ad ottenere altri pezzi unici anche migliori di quello.
Dopo di essere scampato miracolosamente dal pericolo della frana, Cardello avea acquistato una gran fiducia nel suo destino. Gli pareva mill'anni di trovarsi a capo della fabbrica di stoviglie stagnate. E per ciò si era affannato a rimettere in ordine lo stanzone dov'era il piccolo forno in mezzo, e la legna in un angolo, e in un altro la creta da lui tenuta attentamente umida per averla subito pronta sotto mano. Quella pulizia, quell'ordine dovevano dar nell'occhio al Piemontese appena fosse entrato colà, e spronarlo, istigarlo.
Si era piantato davanti il portone del carcere in attesa dell'usciere o del brigadiere (non sapeva chi dei due) che doveva portare l'ordine di scarcerazione. E appena vide comparire il Piemontese, che gli parve sofferente e così dimagrito che le straordinarie orecchie sembravano più enormi di prima, Cardello gli si precipitò incontro a baciargli le mani ridendo convulsamente dalla gioia…. Se lo sarebbe tolto in collo e lo avrebbe portato così trionfalmente fino a casa, se quegli lo avesse permesso, e se, invece di lasciarsi baciare le mani, non lo avesse abbracciato e baciato su le due guance.
—Grazie di tutto quello che hai fatto! Sei un buon figliuolo! Su, su!
Niente sciocchezze!—
Il Piemontese, ordinariamente serio e freddo, aveva la voce commossa, e non potè trattenersi dal ridere quando Cardello, non sapendo come meglio esprimere la sua grande gioia, buttò per aria il berretto, gridando inattesamente:—Viva Umberto I!… Viva il Re!
XI
ABNEGAZIONE
La galleria era terminata. Mentre al di là di essa veniva continuato lo scavo quasi a fior di terra per la conduttura, dal lato opposto, s'iniziavano i lavori di collocamento dei tubi di ghisa, di saldatura e copertura con piccole lastre di pietra. Il Piemontese e Cardello erano sul posto da mattina a sera; uno da questa parte, perchè la saldatura voleva farla da sè; e l'altro a sorvegliare lo scavo fino alla sorgente. Cardello avrebbe voluto essere un mago e far trovare allestita ogni cosa dalla sera al mattino per opera d'incanto.
Desinando, il Piemontese accennava qualche volta alla ripresa dei saggi di terracotta. Tra giorni sarebbero arrivati da Torino i nuovi preparati per lo stagno. Appena liberato dall'impresa della condotta dell'acqua, egli avrebbe iniziato col Demanio le trattative per l'acquisto del terreno dove dovea sorgere la fabbrica. Aveva in mente anche un progetto di società tra lui e i cinque o sei stovigliai del paese, che egli non voleva rovinare con una concorrenza contro cui non avrebbero potuto difendersi. Ma, al solito, costoro erano diffidenti; la novità li sbalordiva. Non capivano che uno potesse mettersi ad esercitare il loro mestiere senza aver fatto prima una larga pratica. Essi erano stovigliai da padre in figlio, e ascoltavano sorridendo d'incredulità quella che stimavano spampanata del Piemontese.