Un'altra mattina, invece di biancheria, lassù, sciorinavano dei tappeti; quella giovane in veste grigia da camera con grandi ricami rossi che si vedeva distintamente, e pettinandosi sul terrazzino, si serviva dei vetri dell'imposta per specchiera, doveva essere molto bella. Andava e veniva, forse per cambiare il pettine, forse per prendere delle forcine... Parlava con qualcuno che non si scorgeva. Era allegra, rideva... Doveva esser felice!...

— Ah, Signore!... Che cosa avviene dentro di me? Si sentiva quasi destare da profondissimo sonno. Il sole, inondando la camera, le metteva vivi formicolii per tutta la persona; gli sbuffi d'odor di zàgara, che il vento trasportava da lontano, dai giardini di aranci della Conca d'oro, le turbavano la testa. E se ne stava tutta la giornata rifugiata là, come in un angolo di paradiso, senza più impensierirsi della malattia della bimba; paga di stringerne fra le mani le manine arse dalla febbre; bevendosi tutta quell'aria, assorbendosi tutta quella luce, inebriandosi di quei rumori e di quegli odori. E quando, sul tardi, all'abbassarsi del sole, bisognava chiudere l'imposta, e compariva nella cameretta la faccia gialla e scarna del marito ritornato dal Tribunale, ella provava una stretta al cuore, e ricadeva nella torpida inerzia che durava da anni.

Poi quei turbamenti, quelle vertigini le diedero insonnie tormentose, le stesse insonnie di suo marito. Fingeva però di dormire, rannicchiata nel proprio cantuccio di letto, quasi raffrenando il respiro, e la mattina, saltava giù che non era neppure l'alba, con la scusa della bimba, ma veramente per guardare di là, veder ripetere l'incantesimo del giorno avanti.

Poi quando la bimba cominciò a star meglio, ella contro le sue abitudini si sentì attratta a quella finestra e vi restò a lungo, coi gomiti appuntati sul davanzale, la faccia sorretta dalle mani, girando attorno i grandi occhi desti, scoprendo cose che non aveva veduto e avrebbe dovuto vedere: quel campanile, quella terrazza dove una cagna allattava dei cagnolini bianchi e neri, quel comignolo, quei rami verdi d'una pianta di limone che sorpassavano un tetto nuovo.

E stava là lunghe ore al sole, come una lucertola, voltandosi di tanto in tanto verso il lettino della convalescente e sorridendole con insolito sorriso delle labbra e degli occhi; stava là stordita, meravigliata di sentirsi tuttavia capace d'avere quelle sensazioni; talora sconvolta da turbamenti improvvisi ch'ella non sapeva spiegarsi, da brividi che le correvano su su per la schiena e la scotevano tutta; e così assorbita, e così sopraffatta, da non pensare a tirarsi indietro per evitare la insistente curiosità di quel signore mezzo nascosto fra le cortine, il quale tornava ogni giorno a guardarla, con l'indiscreto binocolo da teatro, dal terrazzino a sinistra.

Gli aveva rivolto appena un'occhiata il primo giorno soltanto; e quella figura alta e bruna, dai capelli un po' radi, dai grandi mustacchi castagni che si curvavano in su, le si era stampata talmente nelle pupille, che continuava a vederla durante l'insonnia, con quel cannocchiale appuntato, con quei polsini bianchi e lucenti dai piccoli bottoni d'oro fuor delle maniche della giacca. E se ne stizziva:

— Chi è? Che cosa vuole?

Che volesse colui, ella lo capì a un tratto una mattina, da certe mosse di occhi....

— Mamma, che hai?

— Niente, figliolina, niente!...