— Scusi.... Lei è...?
— Giacomo Romero, ai suoi ordini.
— Ah!.. Questo volevo dire! Sei tu!
Ma l'amico, che avrebbe voluto precipitarglisi addosso per abbracciarlo, si sentiva tenuto lontano dalla serietà, dalla dignità della rigida accoglienza che sembrava volesse dire:
— Si, sono io.... ma non sono più quello.
Soltanto Pasquale Rosada che aveva, per due anni, abitato nella stessa topaia, quando frequentavano il ginnasio e che non aveva mai smarrito il buon umore neppure nei momenti più tristi, soltanto lui non si era lasciato imporre dall'aria solenne la mattina che lo aveva incontrato in cappello a cilindro, redingote e guanti neri. Gli si era piantato dinanzi squadrandolo da capo a piedi e gli aveva detto, ridendo:
— Guarda!... Romero!... Indovino? Direttore di un ufficio di pompe funebri. Mi rallegro!
E con tutta la severità del vestito e con la premura che aveva di non mancare al trasporto di un commendatore segretario al Ministero della guerra, Romero si degnò di stringere la mano di Rosada e di atteggiare le labbra a qualcosa, che avrebbe potuto sembrare un sorriso di compatimento.
— Tu non invecchi, tu non cangi mai! — gli disse — Beato te!
— Vediamoci, rimango qui una settimana. Dove posso venire a trovarti?