Romero gli diè il suo indirizzo.
Era contento di far sapere all'antico compagno di ginnasio, il gran mutamento avvenuto nella sua vita. Nato da buona famiglia — sua madre si gloriava di aver sangue nobile nelle vene — aveva goduto appena gli ultimi bagliori dell'agiatezza del patrimonio dei Romero, andato in rovina per colpa del padre. Rosada appunto lo aveva conosciuto quando tutti e due stentavano a proseguire gli studi per poter arrivare a carpire un impiego. Poi:
Tu ver Gerusalemme, io ver l'Egitto.
come accade nella vita e come soleva affermare con quel verso dei pochissimi tenuti a memoria da lui, ogni volta che Romero voleva filosofare intorno a qualche avvenimento degno di quella poetica citazione.
Egli aveva preparato a quel burlone impenitente di Rosada la sorpresa di un ricevimento coi fiocchi. Voleva fargli vedere e toccare con mano che lo studentuccio Romero non era arrivato ad essere direttore di pompe funebri; ma un signore libero, indipendente, che grazie alla sua discreta posizione, alla sua intelligenza, al suo tatto, già contava per qualcosa nella società.
Rosada giunse preciso, all'ora fissata.
— Ah! — fece, fermandosi su la soglia del salotto dove Romero lo invitava ad entrare.
Non sapeva spiegarsi quell'esposizione di calzoni, di corpetti, di cravatte, di stivaletti, di scarpe, di scarpine che ingombravano il canapè, le poltrone, le seggiole e i tavolinetti.
— Trovi un po' di disordine, ma con te faccio a fidanza.
— Negozi in abiti belli e fatti?