In certi momenti Romano dubitava di non esser abile di osservar bene, di scoprire quel che gli sembrava il mistero di lei; sentiva la convinzione, che l'infingimento di lei fosse tale da sviare qualunque ricerca.
Ah, se fossero stati in vita i fidati amici Bompiani! Avrebbe ricavato da loro prudenti consigli e conforti. Era inutile! Aveva bisogno dell'aiuto altrui. Qualunque più piccolo ostacolo diventava per lui difficoltà insormontabile.
Ricordava un signore maturo, calvo, serio, sentenzioso che appariva a intervalli in casa dei Bompiani, specialmente in certe circostanze di feste, di onomastici, e di compleanni. Lo chiamavano professore, ma Romano non aveva mai saputo di che. Uno degli intervenuti lo aveva detto: Professore di appetito, e non era parso malignità, vedendo come egli, in quelle occasioni facesse onore ai dolci, ai liquori d'ogni specie. Pel resto, cortese con dignità, uomo di esperienza, pareva.
Lo aveva incontrato ultimamente, ritto, col capo eretto come chi cercasse qualcuno: e al saluto di Romano gli si era accostato, rimpiangendo:
— Quei cari amici Bompiani!
— Ah! certe perdite sono irreparabili.
— Dite bene: irreparabili!
— Bompiani era il mio fidato consigliere in ogni circostanza della vita.
— Un consiglio si può dare facilmente; non così venti, cinquanta lire. Ho dato tanti buoni consigli da che sono invecchiato!
— Ne dia uno a me, caro professore.