La sua vita ebbe, non una sosta, ma una fermata proprio al bivio. Avrebbe potuto inoltrarsi per là o per qua. E se lui prendeva per qua, mentre sua moglie andava per là?
E non seppe risolversi a far niente.
L'OSTACOLO.
XI.
Si era ridotto ad abitare, come un eremita, in cima a quella collina, e da mesi non vedeva nessuno all'infuori del vecchio contadino che gli aveva ceduto la sua casetta terrena di due stanze, col tetto a travi e incannicciata, e le imposte delle finestre con due soli vetri.
Un tavolino, una grossa valigia, un mucchio di libri addossati al muro, tre seggiole impagliate, formavano l'arredamento della seconda stanza destinata a studio e a scrittoio.
S'indovinava dalle molte carte confusamente ammonticchiate in un lato del tavolino e dal calamaio di cristallo, da tre portapenne e dal tagliacarte giapponese che occupavano l'altro lato, con la pipa di terracotta e una borsetta di cuoio pel tabacco.
Nella prima stanza, dietro una tenda formata con un vecchio tappeto teso su una cordicella, era il lettino con alto pagliericcio e coperta di lana a colori vivaci. Di faccia, un treppiedi di ferro per la catinella, e, accanto, su breve tavola fissata al muro come mensola, una spazzola, due pettini, un paio di forbicine, un nettaunghie e una spugna.
Il vecchio contadino, antico fittaiolo della famiglia Cellini, lo aveva conosciuto ragazzetto, quando i Cellini erano in auge; e ne ricordava sempre con vivo piacere le visite allorchè, nel maggio e nel settembre, la famiglia dei suoi padroni veniva a villeggiare nella bella proprietà di Ripasseti, in mezzo alla pianura, laggiù, e il signorino si arrampicava quasi tutti i giorni proprio in cima alla collina, vi rimaneva fino a tardi, e spesso toccava al vecchio di accompagnarlo, perchè il buio della sera metteva paura al ragazzo.