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Il giovanetto, però, crescendo era stato forte davvero.

E quella prima serata lassù, dove gli pareva di aver ritrovato intatte le serene sensazioni della sua fanciullezza, egli vedeva ripassarsi confusamente quasi davanti agli occhi tutti gli avvenimenti dei suoi ultimi dieci anni, durante i quali gli si era irresistibilmente sviluppata la passione della poesia non tanto come arte della parola, quanto come nobilissimo elemento della vita reale.

La serata era calma. Salivano da ogni parte lievi continui rumori simili al lento respiro di persona addormentata. Al fioco lume della luna nuova, la pianura, i monti lontani apparivano velati da una luce grigia, che ne attenuava le linee, i contorni; certe ondulazioni di terreni, invece, si accentuavano, le macchie estese degli alberi annerivano indistinte qua e là, e il biancore delle casette rustiche, il cinereo serpeggiare delle strade rurali segnavano punti quasi luminosi, strane linee appena tracciate, che qualche mano capricciosa forse avrebbe da un momento all'altro scancellati.

Di tratto in tratto, arrivavano gli stridori dei carri, che attraversavano lo stradale più vicino; arrivava acutissimo il fischio di un treno, che stava per sparire dentro la gola di un traforo; e poi, di nuovo, quel silenzio formato da mille piccoli rumori, che l'orecchio percepiva confusamente e che sembravano di essere tutt'una cosa con la tinta quasi uniforme del paesaggio.

Renzo Cellini si era abbandonato a quella ch'egli soleva chiamare la voluttà del silenzio; che gli sarebbe parsa, pensava, anche più dolce nello sfolgorare della luce del giorno, tra la maravigliosa varietà dei colori della campagna e l'azzurro del cielo.

Quell'anno, dopo la morte della madre, realizzata la piccola rendita di un censo dotale, unica cosa sfuggita, non si sapeva come, al gran disastro della famiglia, egli si era proposto di non disperdere, in fuggevoli saggi, la matura attività della sua immaginazione. Da qualche tempo in qua mulinava un lavoro serio, elevato, al quale avrebbe desiderato di consacrare tutta la sua forza creativa. Non avrebbe voluto, però, distrazioni di sorta alcuna; e, fino allora, dalle urgenze della vita, poche, sì, ma imperiose, non gli era stato consentito neppure qualche settimana d'isolamento.

Aveva bisogno di vivere interiormente, immerso nella più riposta intimità del suo spirito, quella creazione che doveva poi prendere l'alata forma del verso, non libero, come altri l'intendevano, ma liberato da ogni impaccio di pedantesca tradizione. Ne aveva una intuizione poco chiara, non dubitava, però, che nel punto dell'attuazione non avrebbe incontrato gravi difficoltà, e che certamente le avrebbe, senza molto stento, superate.

Un poema lirico? Una serie connessa di liriche? Non avrebbe saputo spiegarlo neppur lui. Tutto quel che aveva tentato finora e che aveva avuto l'orgoglio di lasciare inedito perchè non sodisfaceva pienamente la sua coscienza di artista, doveva fondersi, sparire, divenire il germe del definitivo lavoro; assumere una caratteristica personale e nello stesso tempo essere una rivelazione così intimamente umana da trovar un'eco in tutti i cuori, da sodisfare la gran sete d'ideale che affaticava la maggioranza degli spiriti viventi del suo tempo.

Egli soleva dire: — Vi sono spiriti dormenti, quasi morti, che niente riesce a scuotere, e che passano senza accorgersene da quella morte apparente alla morte definitiva; spiriti così immersi nella materia che sono peggiori dei dormenti, e non sapranno mai uscire dalla sfera animale; e spiriti viventi pei quali la realtà è semplicemente un'occasione, un pretesto ad elaborare l'ideale, cioè la realtà vera, in continuo movimento di creazione.