— Ma che patti!... Per me.... è ancora il padrone!

Così, due giorni dopo, Renzo Cellini si trovava istallato lassù, tra cielo e terra, diceva esagerando un po' da quel gran fantasticatore, da quell'impenitente idealista quale la sua indole e gli avvenimenti della sua vita lo avevano ridotto.

Era entrato da poco nei sedici anni, quando una mattina suo padre, pallidissimo, visibilmente agitato, gli aveva detto:

— Ti ho fatto chiamare per comunicarti io stesso la nostra irrimediabile rovina, per farti coraggio ad affrontare con animo sereno l'avvenire. Dovremo, da domani in poi, lavorare per vivere. Io solo, non credo di poter bastare.

— Non so far niente — rispose il giovinetto, sbalordito.

— Hai studiato, hai molto ingegno; troveremo una via. Sii forte.

— Sarò forte; vedrai, babbo!

— Ricordati, in ogni circostanza, queste mie parole: Sii forte.

Renzo capì il vero significato di quel: Ricordati! dopo ch'egli vide il cadavere di suo padre, con la tempia forata da una palla e una gota solcata da un rivoletto di sangue.

Il signor Cellini non avea saputo adattarsi alla forzata rinunzia dell'agiatezza, di tante piccole sodisfazioni della vita, che gli erano divenute indispensabili; non aveva saputo resistere al triste spettacolo di veder soffrire le due persone più care al suo cuore, la moglie e il figliuolo, e con facilmente esplicabile contradizione, pur ripetendo in una breve lettera al figlio: Sii forte! gli aveva dato l'esempio di una gran debolezza.