Con voi, dunque, occorre che mi rifaccia da capo. Accendete il vostro sigaro, sdraiatevi sulla poltrona, così, comodamente, e abbiate la pazienza di ascoltarmi.
Io lo riconosco, ho il difetto di parlar molto, senza rifiatare e senza far rifiatare, me lo hanno rimproverato.... Mah! Non obbligo nessuno a starmi a sentire. Mi stuzzicano, mi punzecchiano, mi provocano. Voi ridete, perchè siete una persona educata, non siete cavaliere di nascita per nulla, vi vedo già disposto a starmi ad ascoltare benevolmente. Ecco, vengo sùbito a don Ciccio Curti.
Non dico: un bell'uomo, ma quasi. Figlio di contadini che lo avevano mandato a scuola dal «Domine» Speranza — allora si diceva così — avrebbe potuto prendere una professione; e si era arrestato a mezza via. Speziale, no! Agrimensore, no! Santo sacerdote servo di Dio, lo avrebbe voluto sua madre! Lui intanto non aveva fretta; aspettava la vocazione.... Quella di fannullone l'aveva già, come gli diceva suo padre. Le lavate però di capo del buon uomo a quel figlio unico non approdavano a niente. Gli parve, per ciò, di aver toccato il cielo con un dito quando lo seppe allogato come scritturale presso il Notaio «Brà-brà», così chiamato perchè aveva il vezzo di fare continuamente «brà-brà» con le labbra, scrivendo o stando a sentire.
Il padre morì senza accorgersi di una specie di malattia di suo figlio. Durante la giornata era buono, tranquillo; ma, di mano in mano che s'inoltrava la sera, il giovane don Ciccio diveniva irrequieto, smanioso, intrattabile.
— Che hai?
— Niente!
— Va' a fare due passi. Trova qualche amico.
— Do fastidio, forse?
— Non posso vederti aggirare per le stanze come una mosca senza capo.
— Me ne vado a letto; sarà meglio.