— Ti annoi, lo vedo; va a fare due passi; va a trovare qualche amico.

— Preferisco di andarmene a letto.

E alla madre, sopraggiunta col pretesto di dargli la buona notte, e che insisteva: — Ti senti male? — ripeteva:

— Fammi il piacere di chiudere l'uscio a chiave, a doppia mandata.

Tutte queste minuzie, caro cavalier Daeli, posso garantirvele con giuramento. Paiono sciocchezzole e sono importantissime per la personalità di don Ciccio Curti. Potrete dirmi: — Anche il lettino coi trespoli? — Sissignore, anche quello, perchè non vi figuriate che la camera del giovane don Ciccio fosse mobigliata come la vostra di oggi, nè come la mia; e non vi lasciate ingannare neppure dal «don» troppo facilmente acquistato. Don Ciccio Curti rimase sempre un contadino.... ripulito. Ripulito esteriormente. Infatti, appena perdette i genitori, diè in affitto il podere paterno, smise di far lo scritturale presso il Notaio «Brà-brà», e cominciò quella sua vita vegetativa, di fannullone, di bighellone che parecchi amici gli rimproveravano.

— È meglio che io non faccia niente, invece di far del male... — rispondeva.

Il farmacista Milazzo si rammenta ancora di queste strane parole. Infatti lo rimbeccò:

— Perchè dovreste far del male?

— Perchè.... non saprei far altro. Dovrei tagliarmi le mani. Non le adopro; è quasi lo stesso.

E il farmacista Milazzo mi ha, più volte, raccontato che pronunziando queste parole don Ciccio diventava pallido, gli tremava la voce.