Don Ciccio si affaccia alla finestra. Vede che la porta della casetta terrena della sua «carceriera» è ancora chiusa e si rassegna ad attendere fino a mezzogiorno.
Viene un parente della vecchia. Picchia, ripicchia. Nessuno risponde.... Per farla breve, nella nottata la vecchierella era morta di sincope.... E don Ciccio fu costretto a dire:
— Badate: a un chiodo dev'esserci appesa la chiave della mia porta.... Fatemi il favore....
Chi rideva, chi fantasticava tante cose. Si faceva chiudere la porta di casa a doppia mandata.... perchè? Nessuno riusciva a indovinarlo. E se qualcuno glielo domandava, don Ciccio rispondeva con una spallucciata. Giacchè morta la vecchia, egli aveva trovato sùbito un'altra «carceriera», attenta, paziente, ma non discreta quanto la prima; la serrata della porta, in poche settimane, era diventata un piccolo spettacolo pel vicinato. Don Ciccio, volendo evitare il pettegolezzo, aveva dovuto incaricare di quel confidenziale ufficio un uomo, il sagrestano di una chiesetta della via traversa. Ogni sera, egli andava a suonare le due ore di notte, e, al ritorno, passando davanti alla casa di don Ciccio — a quell'ora la via era deserta — dava una doppia mandata alla chiave della porta, poi la mattina all'alba, ripassando per andar a suonare la prima Messa, apriva lasciando nella toppa la chiave, che don Ciccio si affrettava a levar via.
Capite bene, caro cavaliere, che la curiosità degli sfaccendati era diventata vivissima. Si seppe anche del sagrestano; e allora don Ciccio non ebbe più pace.
— Perchè? Avete paura che vi scappino le pulci?
— La casa mia è pulita e pulci non ce ne sono.
— O dunque?
— Badate ai fatti vostri!...
E a qualcuno non diceva: «ai fatti vostri», ma una brutta parola.