Una notte, dunque, donna Fina avea voluto impedirgli di andar fuori.

Dice — l'ho saputo dalla stessa bocca di lei, dopo la morte del povero don Ciccio — dice che egli, diventato più irrequieto, più smanioso, supplicava: — Lasciami andare; torno sùbito! — quasi con le lacrime agli occhi. Poi le si buttò ai piedi, singhiozzando.

— Perdonami! Perdonami!... Sono un gran ladro, d'istinto! Arrivata una cert'ora, di notte, dovrei andar a rubare, e soffro e smanio, perchè la mia volontà dice di no, e.... un'altra volontà vorrebbe costringermi a commettere anche un delitto, pur di rubare!... Non mi riconosco io stesso in quei momenti. Ma ho vinto sempre io, sempre! Notte per notte, da anni!... Prima, per non uscire di casa, facevo chiudere a chiave la porta.... Ora non resisto più! Non potrei prender sonno se non rubassi.... qualcosa. Ed esco a rubare.... un sasso dal mucchio preparato per una fabbrica, laggiù!... Uno ogni notte!... E mi accheto, e posso dormire.... Ecco!... Non mi credi? — Era possibile? — concluse donna Fina. — E non gli ho creduto! E non ho più voluto stare con lui. Avevo paura! Lui dormiva, dopo di esser tornato a casa con uno di quei maledettissimi sassi; io non dormivo più.... Non ho saputo resistere.... Come a un confessore, don Felice!

— Ma questa del rubare è anche una vera malattia — le dissi.

— E se gli veniva quella di ammazzare la gente? Io avevo paura.... Soffrivo più di lui....

Come levarle dal capo che si trattava di pazzia e di magia? E lei e i suoi, intanto, non ne parlavano con nessuno per.... non disonorare la famiglia!

Io ora penso che don Ciccio Curti — se quel che egli disse alla moglie era vero — è stato più che un martire, un eroe! Ha dimostrato col suo esempio che non è difficile vincere anche un forte cattivo istinto, di quelli che la madre natura ha spesso il barbaro capriccio di regalarci fin dalla nascita.

E penso pure: Perchè non dev'esser vero? Perchè?

Ragiono bene, cavaliere? Eh! Cavaliere, che ne dite?

FINE.