Ella ascoltava intentamente, avidamente, con agitazione e commozione che aumentavano, come più il mio racconto si coloriva e si animava. A un certo punto però fece un brusco movimento delle palpebre e del capo:
— Basta per oggi, — mi disse con voluta indifferenza. — Veggo che si riscalda troppo; le può far male.
Si alzò dalla seggiola, che aveva fatto recare sulla terrazza, scese i pochi scalini della gradinata, girò sbadatamente per la spianata coperta di erbe selvatiche e di stelline gialle e bianche tremolanti sui loro lunghissimi steli, poi si fermò davanti una statuetta greca, che giaceva ancora nel posto dove era stata scavata.
— Ha letto, — mi domandò con tranquillo tono di voce — la iscrizione che orna i lembi del pallio di questa dea?
Seguivo con occhio turbato i movimenti di lei. Avevo sùbito compreso il significato della brusca interruzione, e della simulata indifferenza, e mi sentivo venir meno la forza di fingere di non aver capito. Senza un ultimo fievolissimo rimprovero della coscienza, mi sarei precipitato a buttarmele ai piedi per baciarle furiosamente le mani e dirle le cose insensate che già mi gorgogliavano in gola.
Quella domanda mi calmò.
— L'iscrizione è monca, — risposi. — Dice: A Hera, la sacerdotessa, (il nome è illegibile) nella festa di marzo.
— Povera dea! — esclamò, quasi non sapesse che dire.
A me intanto parve avesse voluto sottintendere:
— Povera Jela!