JELA.
I.

Sono passati tanti anni, ma ancora ricordo lucidamente i più minuti particolari di questo episodio della mia vita.

I cavalli scalpitavano impazienti nella strada, un po' distante dalla porticina dell'orto dove io stavo a origliare. Sentivo, di quando in quando, il rumore delle catenelle e di tutti gli arnesi a ogni scossone che i poveri animali accompagnavano con una specie di sternuto. Mi pareva impossibile che non nitrissero, e col pensiero li ringraziavo della intelligente riserbatezza mostrata in quel punto.

Aspettavo da un'ora.

Era nuvolo. Il vento stormiva furioso fra gli alberi e mi recava interrottamente all'orecchio rumori cupi, lontani, che somigliavano a urli, a lamenti, a grida confuse e mi facevano trasalire.

Provavo intanto vivissima compiacenza di quelle sensazioni notturne. Passare, d'un tratto, dalla monotona vita di provincia a una bizzarra avventura, che aveva la doppia attrattiva del pericolo e dell'ignoto, per uno che languiva nella noia era anche un po' troppo. Sentivo ridestato in fondo al cuore qualcosa rimasto lì da lungo tempo a dormire; respiravo più liberamente; riconoscevo con sodisfazione che non ero già vecchio a trentasei anni.

L'immensa solitudine da cui ero circondato; la vallata che il vento riempiva dei suoi strani sibili; l'oscurità della notte senza luna, che trasformava l'aspetto degli alberi e dei luoghi in un insieme fantastico e pauroso, privo di contorni e di limite, tutto serviva a comporre uno sfondo, che si adattava benissimo alla natura della mia impresa ed alla singolare situazione dell'animo mio.

Aspettavo, ripeto, da un'ora. Nel villino e nell'orto non fiatava anima viva.