— Verrà? Non verrà? Che qualche impedimento abbia sconvolto i nostri piani? Ch'ella si sia pentita all'ultimo momento?

Appoggiato allo stipite della porticina dell'orto, ruminavo da un pezzo queste domande, quando udii girar la chiave nella toppa.

Mi tirai da parte, trattenendo il respiro.

La porta si aperse lentamente; una testa si affacciò indistinta nell'ombra e stette un istante ad ascoltare; poi ecco sul legno i tre colpi convenuti.

— Son qua da un'ora — dissi a bassa voce, facendomi innanzi.

— Siamo già pronte — rispose una voce di donna. — Vado a chiamar la signora.

— Brava! Si spicci.

Le parole mi facevano nodo alla gola. Se la persona che doveva da lì a poco fuggire con me fosse stata mia amante, non avrei potuto essere più agitato.

Trascorsero dieci minuti, che mi parvero un secolo. Non vedevo l'ora di trovarmi lontano un buon paio di miglia e m'impazientivo d'ogni intoppo.

Avevo spinto l'usciolino lasciato aperto, avevo messo il piede nell'orto, mi ero anzi inoltrato sino a mezzo viale, ed ero tornato sùbito indietro per paura di commettere un'imprudenza. Un lume apparve finalmente dietro i cristalli di una finestra e sparì. Aguzzai gli occhi nel buio: due ombre si disegnarono sul bigio della facciata del villino, poi sulla striscia del viale.