— Affrettiamoci, — disse la signora con voce soffocata.
— Mi dia la mano, — risposi. — Il cavallo è dei più tranquilli.
E l'aiutavo a montare in sella, mentre il mio servitore, piegato un ginocchio a terra, le presentava l'altro per servirle da gradino.
Ella saltò leggera, come persona abituata a cavalcare. Lo stradone correva dritto fra due siepi di fichi d'India. Lo scalpitío monotono delle ugne ferrate era il solo rumore che si confondeva coi sibili acuti del vento.
A un'ora dopo la mezzanotte, l'aria pungeva, quantunque fosse di primavera.
Stavamo tutti zitti; già, con quel vento era impossibile parlare. Ella tossicchiava di quando in quando e fermava un pochino il cavallo; poi riprendeva il trotto. Uno dei miei contadini e la cameriera ci seguivano a breve distanza. Il mio servitore e un altro contadino venivano dietro, a cento passi, per avvertirci di galoppo se fossimo stati inseguiti.
In quella stessa ora Paolo ballava allegramente da un parente di lei per allontanare qualunque sospetto.
***
La strada, dopo un buon tratto, faceva gomito.