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La prima cattiva impressione, però, di persona che volesse farle male, era rimasta, malgrado tutto quel che il marito le prodigava per legarsela, per rendersela affezionata ed amante, com'egli non disperava di poterla stringere un giorno o l'altro fra le braccia.
E quando se lo vedeva, cieco dalla passione, inginocchiato dinanzi, smanioso di baciarle i piedi ch'ella tirava indietro impaurita; e quando sentiva ricercarsi avidamente, con labbra scottanti, le carni rosee e fresche, quasi egli volesse inebriarsi del loro profumo e del loro contatto, Carmelina s'irrigidiva, diventava di marmo, e chiudeva gli occhi, e serrava i pugni e i denti; oppure s'abbandonava, come corpo morto. Poteva fare diversamente? Gli apparteneva, per sempre, per sempre!
— Lo so, non t'è facile amarmi, — egli le diceva, un po' impermalito per la resistenza della giovine ai suoi abbracci d'uomo maturo. — Ma io, anima mia, non ti chieggo un affetto volgare, da schiava....
— Perchè mi dite così?
— Vedi? — rispondeva. — Non ti riesce di darmi del tu! Non importa. Sei la mia vita, il mio sole! Quando avrai capito che nessuno al mondo potrebbe amarti quanto t'amo io....
Carmelina avrebbe voluto almeno ingannarlo, per non parere cattiva, per non straziare di più quell'uomo che l'adorava come la Madonna, ed era geloso fin dell'aria.
Non ci era riuscita mai, per quanti sforzi la sua bontà di animo avesse fatti.
Il giorno che Lupi, dopo un anno e mezzo, dovette lasciare Catanzaro, gli occhi di Carmelina si velarono di lacrime, come nello staccarsi dai parenti, guardando forse per l'ultima volta dallo sportello della carrozza le care montagne attorno, che era solita guardare dalla terrazza, allorchè canticchiava lassù, al sole, nella squallidezza della casa, che le aveva addormentato in seno ogni vano desiderio ed ogni giovanile illusione intorno all'avvenire.
Quella vita modesta ma dolce le era spesso tornata in mente, e nella nuova residenza di Taranto, dov'ella si sentiva come sperduta, l'aveva fin rimpianta.