Oramai però cominciava ad adattarsi, spossata da languori indefinibili, mezza assopita dal torbido silenzio, che la circondava in quell'abitazione dalle stanze piccole e basse, tra quei mobili vecchi, del tempo di Murat, che stonavano stranamente con le pareti imbiancate di fresco.
Tra i riflessi bianchi di quelle stanze, suo marito pareva più smorto quando tornava a casa dal Tribunale e le si sedeva di faccia o a lato, e la prendeva per le mani commosso come al primo giorno che le aveva rivolto la parola.
Ah, egli era sempre lo stesso!
E, dopo tre anni, continuava ancora a volerla seduta su le ginocchia come una bimba, e tornava a balbettarle parole mozze, da innamorato che si confonde e non sa parlare, intanto che le baciucchiava le palme delle mani, il braccio, il collo, dicendole:
— Vita mia!... Sole mio!...
Carmelina non si sentiva più irrigidire, non serrava i pugni e i denti, non s'abbandonava più come corpo morto. Era rassegnata, quasi indifferente, dominata da quel fascino maligno che doveva aver maturato rapidamente la sua giovinezza e assonnato nervi e sangue.
Soltanto non riusciva a dargli del tu, com'egli avrebbe voluto. Il tu le moriva su le labbra:
— Che posso farci?
E suo marito, che l'andava scrutando tutti i giorni e tutte le ore, con gli sguardi inquisitori di Procuratore del Re, in cui neppure la passione accendeva un lampo, s'inquietava ora per questa indolenza di lei, peggio che non avesse mai fatto per la vivace ripugnanza:
— Che hai dunque? A che pensi?