— Che motivo avete? — ella rispondeva tranquillamente.
— Sei ingrata. Donna senza cuore!
A questi rimproveri amari, restava muta e impassibile.
Da qualche tempo in qua, stando in casa, egli si chiudeva nella stanza da studio, fra libri legali e processi. E non la sentenza l'occupava, non i processi ammonticchiati sul tavolino dentro le polverose copertine rosse e azzurre, legati in fascio. Sprofondato nella poltrona coi gomiti appuntati su un libro aperto a caso, la testa fra le mani scarne, pensava a colei che non lo amava, a colei ch'egli amava sempre più, disperatamente, per quegli occhi neri e grandi, per quella fresca carnagione bruna, che il lieve pallore rendeva più bella, per quel corpo delicato e perfetto, e che non vibrava mai sotto la furia dei suoi baci, tra le strette di quei suoi abbracci da cui sarebbe stata animata fino una statua!
— Ah! Chi sa quali fantasmi le passano per la testa? Chi sa quali visioni agitano quel cuore, che il seno piccolo e bianco nasconde ai miei sguardi? Come sono infelice! Come sono infelice!...
E a un tratto appariva nella stanza dov'ella lavorava straccamente camicine per la bimba, dando un punto a ogni quarto d'ora, appariva sull'uscio com'un fantasma, per sorprendere, chi sa? qualche indizio in quegli occhi sognanti, su quelle labbra chiuse e contratte che non avevano quasi più sorriso, da che egli l'aveva sposata.
Carmelina non alzava gli occhi indovinando senza farglielo capire.
La bimba, seduta per terra sopra un tappetino, dove arruffava con grande attenzione i ritagli di trine e di mussolina raccolti fra le magre gambine aperte, levava il visetto sparuto per guardare suo padre, che l'accarezzava serio, taciturno.
— Il babbo! — balbettava, vedendolo andar via, rivolta alla mamma.
E la stanza ricadeva nel silenzio, bianca, inondata di luce.