Tartarin sognava caccie di orsi, di leoni, di elefanti, centellinando bicchierini di rhum in quel suo salotto parato di armi d'ogni sorta e di ogni tempo. E dire che, da buon provenzale, avrebbe dovuto fantasticare soltanto bei colpi ai berretti, quei bei colpi con cui i suoi amici si solevano compensare, nelle partite di caccia, della selvaggina che non trovavano!

Ma di mano in mano che la fantasia di Tartarin si eccitava e divampava, si eccitava maggiormente e prendeva fuoco la fantasia del suo creatore. E questa volta era proprio vero che il Dio foggiava la sua creatura a immagine e similitudine sua! Se non che, il Dio si divertiva dell'opera che andava facendo e della caricatura di sè stesso che ne scaturiva fuori. Il provenzale che, credendo di ammazzare un leone, stendeva morto dietro una siepe un povero somaro, non era diverso dal provenzale che si compiaceva di fargli fare quella e altre ridicole prodezze. Tutti e due mentivano, esageravano, prendevano diletto della propria esagerazione e della propria menzogna scaturite dal fondo di un organismo infiammato dal sole della loro cara Provenza. Rare volte una creazione artistica era riuscita così intimamente improntata del carattere dell'autore e della razza.

Coloro che hanno avuto la fortuna di gustare la conversazione famigliare di Alfonso Daudet dicono che par di riudirne la voce durante la lettura dei suoi libri. Quello stile spezzato, di scorcio scintillante di immagini, riboccante di esclamazioni, di apostrofi, di tutte le figure che la rettorica ha enumerate e che là vengono al lor posto spontaneamente, come ribollimento anzi spuma del pensiero concitato, è precisamente la sua parola ordinaria un po' infrenata, epurata, quasi inconsapevolmente adattata dall'arte. Sarà, forse (diciamolo per compiacere gli stilisti) stile disuguale, scorretto; ma ha il fuoco della vita, il fremito del movimento, la commozione, il pittoresco, l'imprevisto, come secoli avanti l'aveva avuto, in Italia, quello di Benvenuto Cellini, che non si curava anche lui della grammatica dei pedanti e dettava, tra un cesello e l'altro, la meravigliosa narrazione sventuratamente rimasta caso isolato nella nostra letteratura.

E il Tartarin che scrive come ride delle famose gesta del Tartarin eroe che gli balza vivo da ogni pagina, gesticolante, ebbro delle sue stesse madornali fandonie, dalle quali egli si lascia illudere con pienissima buona fede, quasi quanto gli altri a cui le sballa!

Numa Roumestan è un Tartarin più elevato, ma artisticamente meno sincero. Anche questa volta la nostalgia della Provenza ha invaso il cervello del Daudet; ma questa volta risulta Tartarin proprio lui che racconta.

Ha avuto un colpo di sole; ha visto il Gambetta nel colmo della sua potenza e n'è rimasto abbagliato. Infatti, nei primi capitoli del romanzo il lettore non può far a meno di pensare al Gambetta; i nomi cambiati non riescono a ingannarlo. Aps è Aix; Numa Roumestan è il gran latino che ha conquistato nuovamente la Gallia. « Quella festa del concorso nazionale nell'arena d'Aps (mi sia permesso ripetermi) sotto il sole cocente, con quella folla in ammirazione davanti al grand'uomo di provincia, Numa Roumestan, che distribuisce a destra e a manca saluti alla buona, strette calorose di mano, incoraggiamenti e promesse d'ogni sorta mentre le bande strepitano e i contadini si slanciano a ballare la farandole al suono del piffero e del tamburo del Valmajour, primo tamburinaio della Provenza; quella festa ci richiama alla mente altre riunioni della stessa natura, delle quali abbiamo letto le descrizioni nei giornali, quando il latino dalle larghe spalle e dalla parola possente andava attorno per convertire le turbe al suo vangelo opportunista. Poi si torna indietro, assistiamo ai primi passi del grand'uomo nella carriera politica. Quella testona dalla nera capigliatura che gli mangia metà della fronte, quella faccia col sangue a fior di pelle, coi begli occhi dorati, di ranocchio, quel giovane studente, insomma, che passa le serate al caffè Malmus, nel quartiere latino, discutendo in dialetto coi focosi compaesani, e poi quel processo di stampa del Furet che rivela, più che agli altri, a se stesso, un oratore di prima forza nel giovane avvocato senza cause, ci ricordano anch'essi il latino dalle larghe spalle e dalla parola possente, che sotto il secondo impero frequentava, ancora studente, il caffè Procopio, esercitandosi con colpi di pugni sui tavolini nella grand'arte della discussione, e che dopo, nel 1868, già laureato e uscito dallo studio del Cremieux, nel processo Baudin lanciava, invece della difesa del cliente Delescluze, un terribile atto di accusa contro l'impero in via di sfasciarsi.

L'autore però, che non avea preso sul serio Tartarin, che lo aveva accompagnato con un benevolo sorriso di compatimento e con risate quasi di ammirazione dalla sua partenza per Algeri fino al trionfale ritorno in Tarascona assieme col famoso cammello che ha voluto seguirlo a ogni costo, commette lo sbaglio di accigliarsi, di sdegnarsi a ogni atto e a ogni parola di Numa Roumestan, e ha incaricato l'antipatica parigina, moglie di Roumestan, di far la parte di moralista. La razza! La razza! Ed egli incolpa il Roumestan delle cose più semplici e più innocue, quasi nessun parigino fosse mai capace di dire una sola di quelle piccole bugie, che sono, più che altro, espressioni di convenienze sociali!

Così Numa fa la corte alla figlia di un Consigliere della Corte d'Appello; non l'ama, ma gli sembra conveniente sposarla. E siccome sa che la ragazza non può soffrire i meridionali da lei stimati grossolani, chiassosi, tenori da melodramma o negozianti di vino, il giovane provenzale s'ingegna d'ingraziarsela; le ripete, forse involontariamente — come nota l'autore — brani di discorsi politici da lui recitati al caffè, nelle conferenze, e l'abbaglia con gli sprazzi della sua fulgida eloquenza.

Delitto!

— Amate la pittura, signore? — ella gli domanda.