— Oh, signorina, se l'amo! — risponde Numa, quantunque sappia di non capirne niente.

Delitto!

Eppure questa poca scrupolosa esagerazione meridionale monta la testa anche al Daudet; non è compaesano di Tartarin per nulla.

— Flamme et vent du midi, vous êtes irresistibles! — egli esclama, entusiasmato.

Quasi non fosse stata bastante l'esagerazione di lui posta per epigrafe del libro: Pour la seconde fois, les Latins ont conquit la Gaule! »

Numa Roumestan ha un valore per la storia dell'ingegno artistico di Alfonso Daudet: segna il punto di partenza della sua ultima evoluzione. Si era smarrito, per qualche tempo, dietro gli allettamenti del romanzo, diremo di circostanza, col Nabab e Les Rois en exil e vi aveva profuso tesori di osservazioni e di descrizioni che daranno a questi lavori il pregio di documenti storici in avvenire; era fallito nella terza prova con L'Evangéliste. Ora, col Numa Roumestan, pur cedendo un'ultima volta alle lusinghe di un soggetto che lasciava trasparire qua e là personaggi viventi dietro le figure dell'arte, sembrava si fosse, innanzi tutto, occupato della forma, per rispondere a coloro che lo accusavano di servirsi di uno stile troppo impennacchiato, troppo straluccicante; a coloro che gli rimproveravano la mancanza di proporzione negli episodi, l'eccesso evidente nella ricerca dei contrasti. E a forza di sorvegliarsi, d'infrenarsi, egli, meridionale, compaesano di Tartarin, di quella razza provenzale che vive all'aria aperta, inebbriata di sole, tutta sensi, tutta esteriorità, che parla come l'uccello canta, facendo della propria parola non un mezzo ma un fine; di quella razza che non ha misura, che ha l'esagerazione nel midollo delle ossa, nei nervi, nel sangue; egli, Daudet, riusciva grigio, monotono, per aver voluto architettare il suo lavoro con regolarissime proporzioni di parti, senza divagazioni, senza contrasti.

Ci fu allora chi, studiando questo strano fenomeno, si domandò: Che vuol dire?

E rispose: « Secondo me, vuol dire che questo libro è la forma transitoria dell'evoluzione artistica del Daudet. Qui comincia a mancare l'accento personale, la commozione intensa dello scrittore, e i personaggi, se non si disegnano netti e spiccati, tentano di vivere da per loro. Guardando all'ingegno di Daudet, non è ardito presagire che nel suo prossimo romanzo potremo salutare la sua evoluzione artistica già bella e compiuta ».

Chi scrisse queste parole ebbe un senso di gran soddisfazione quando Sapho venne fuori a confermare mirabilmente il presagio.

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