Sapho fu una sorpresa per molti lettori del Daudet. Dietro quelle creature, appassionate, tormentate, buone, cattive, stravaganti, perverse, che annodano un dramma di spaventevole semplicità, non s'intravedevano figure note, personaggi in vista.

I critici si sentivano anch'essi fuorviati, quasi ingannati. Come era stato bello tormentare un po' l'autore, rimproverandogli di servirsi della cronaca, dell'aneddoto contemporaneo, per dare ai suoi libri un piccante che altrimenti non avrebbero avuto!

Com'era stato comodo fargli scontare la gloria letteraria attaccando l'uomo, accusandolo di ingratitudine verso il conte de Morny, il Mora del Nabab; di calunnia contro Francesco Bravay, il Nabab in persona; di esagerazione contro il Thérion, l'Eliseo Méraut dei Rois en exil; di sconvenienza verso Sarah Bernhardt sospettata di essere l'originale della Félicia Ruys; di non so quale altra colpa contro il senatore Numa Baragon che si diceva avergli servito pel Numa Roumestan!

E ora, con Sapho, niente di tutto questo! Appena qualche sospetto intorno al vecchio ingegnere galante Déchelette.

E quasi quasi se la prendevano con quei personaggi che vivevano indipendenti, come nella vita reale, senza essere neppur dalla lontana il riflesso di altre persone della società contemporanea; che amavano, che tradivano, che si lasciarono illudere, che commettevano pazzie, e che, pur non somigliando particolarmente a nessuno, erano come lo specchio di tutti, perchè non rappresentavano più un caso eccezionale, patologico ma la natura umana schietta, con le idealità, le miserie, le falsità della passione e del vizio che rendono bella e triste la vita, la giovinezza specialmente!

Eppure l'artista aveva adoperato con Fanny Legrand, Sapho, col suo adorato Jean Gaussin, con l'ingegnere Deschalette e col marito di Fanny Legrand, l'identico processo adoperato nel dipingere i grandi quadri della vita parigina; cioè, aveva aguzzato gli occhi miopi attorno a sè, aveva osservato, preso appunti, rimuginato impressioni, fuso insieme due, tre, quattro personaggi della realtà per formarne uno solo, eliminando alcune particolarità, accumulandone altre, proprio come era riuscito a trarre Jansoulet dai pochi casi di Francesco Bravay, attribuendogli una bella morte che il personaggio reale, ridotto alla miseria, dovette spesso invidiargli; dandogli un'ingenua nobiltà di animo che il personaggio reale non possedeva così intera, mettendo nelle ultime parole del romanzo tutta la sua tenerezza di poeta:

« Le sue labbra si agitarono, gli occhi dilatati, rivolti verso Géry, ritrovarono prima di morire un'espressione dolorosa di implorazione e di ribellione, quasi per prenderlo in testimonio di una delle più grandi e più crudeli ingiustizie che Parigi abbia mai commesse ».

È vero che nello scandalo letterario s'infiltrava un po' la politica. I legittimisti non gli perdonavano di essersi acconciato tacitamente al secondo impero e poi alla repubblica; non gli perdonavano — a lui che aveva orgogliosamente detto al Morny: Io sono legittimista! sul punto di diventare uno dei suoi segretari di gabinetto — di essersi tenuto in disparte, di non essersi voltato un momento a guardare verso il castello di Frohsdorf, quando era parso che la restaurazione della monarchia stava lì lì per avverarsi. Fingevano di aver dimenticato le roventi parole del Daudet nelle ultime pagine del Robert Helmont:

« O politica, io ti odio! Ti odio perchè sei grossolana, ingiusta, strillona e chiacchierona; perchè sei nemica dell'arte e del lavoro; perchè tu servi di etichetta a tutte le sciocchezze, a tutte le ambizioni, a tutte le poltronerie. Cieca e appassionata, tu dividi cuori fatti per stare uniti; tu leghi, al contrario, esseri assolutamente dissimili. Tu sei il gran dissolvente delle coscienze, tu dài l'abitudine della menzogna, del sotterfugio: in grazia tua, vediamo brave persone diventar amici di birbanti purchè siano dello stesso partito. Ti odio sopratutto, o politica, perchè sei fin arrivata ad uccidere nei nostri cuori il sentimento, l'idea della patria! »

Ma la più bella risposta dell'artista era il suo capolavoro, Sapho. La curiosità, l'indagine storica faranno certamente ricercare nel lontano avvenire le smaglianti pagine del Nabab, del Numa Roumestan, dei Rois en exil e forse anche dell'Evangéliste; ma tutti i cuori tormentati dall'amore, ma tutti gli illusi dal falso miraggio della passione torneranno a rileggere le pagine di Sapho, dove ritroveranno non l'incidente d'un momento, l'aneddoto d'una breve fase storica, ma l'eterno spettacolo dell'umana debolezza, narrato serenamente, delicatamente e senza che la delicatezza noccia all'efficacia e alla forza.