E forse l'Immortel non era opera di malignità, nè di invidia, nè di altro sentimento cattivo, ma una semplice birichineria, simile a quelle che Ernesto Daudet ha raccontate nel volume Mon frère et moi, quando Alfonso studiava assieme con lui nel liceo di Lione. Me lo fa supporre la risposta da lui data a un compaesano che gli parlava dell'indignazione suscitata fra gli accademici dall'Immortel:

— Eh? Un bel sasso nel pantano dei ranocchi! Gracideranno più di un mese!

Lo divertiva l'idea di quel gracidìo di accademici.

Se non si accetta questa spiegazione, l'Immortel rimane un atto inesplicabile nella vita del Daudet, una aberrazione enorme.

Ma ora egli riposa nella pace della tomba e non gli importa più niente di tutte le accademie di questo mondo, compresa anche quella del suo amico De Goncourt.

Artista, ha avuto, vivente, tutta la gloria possibile.

Uomo, ha avuto nella famiglia tutta la possibile felicità. La sua buona sorte non solamente lo aveva preservato dalla sciagura di uno di quegli amori che gli hanno fatto scrivere, come ammonimento ai suoi figli, Sapho; ma gli aveva regalato, nel fiore della giovinezza, una compagna, un'anima di artista fina e seducente quanto lui.

Egli ha ringraziato con eloquenti parole colei che è stata fino all'ultimo la sua regolatrice del lavoro, la discreta consigliera delle sue ispirazioni, la serena stella della sua casa:

« Ella è così artista! Ha preso tanta parte in tutto quel che ho scritto! Non c'è una sola delle mie pagine, ch'ella non abbia riveduta, ritoccata, e dove ella non abbia sparso un po' della sua bella polvere azzurra e dorata. E così modesta, così semplice, così poca donna di lettere! Io avevo espresso, un giorno, tutto questo e la testimonianza della sua tenera ed instancabile collaborazione in una dedica del Nabab, che mia moglie non ha voluto permettermi di pubblicare e che ho conservato soltanto in una dozzina di esemplari regalati ad amici. »

Ella, alla sua volta, ha svelato con grazia squisita il segreto della loro collaborazione: