« La nostra collaborazione? Un ventaglio giapponese: da un lato, campagna, personaggi, cielo; dall'altro, ramoscelli, petali di fiori, lievi accenni di fronde, quel po' di colore, quel po' di doratura che rimane all'ultimo nel pennello di un pittore. E questo lavoro minuto lo faccio io, badando che le mie cicogne volanti non guastino il paesaggio invernale, o, la mia vegetazione, sul fondo bruno dei lembi, il paesaggio primaverile che è dipinto dall'altra parte ».

E intanto tutto è finito! Questa mirabile armonia di due cuori e di due menti è rotta per sempre!

La folla che settimane fa si accalcava per le vie di Parigi facendo, riverente e commossa, ala al passaggio del feretro di Alfonso Daudet, oggi irrompe furibonda per le stesse vie, insultando chi si è generosamente costituito cavaliere della giustizia e della libertà, Emilio Zola. Se qualche eco dell'indegna gazzarra arrivasse laggiù, o lassù, fino a lui, Alfonso Daudet avrebbe ragione di ripetere:

O politique, je te haïs!


GOETHE

Qualcuno ha detto: — Davanti a una bell'opera d'arte io ammiro come un bruto. — Probabilmente questo è il miglior modo di ammirare. Sentirsi compenetrare dall'intimo senso della bellezza, da non aver tempo di ragionare o di sofisticare, è anche la più alta prova del valore di un'opera d'arte. Ma è difficile mantenere immacolata questa specie d'innocenza battesimale del senso estetico. Lo spirito umano ha bisogno di variare le sue impressioni; così alla sua ammirazione da bruto segue sempre l'ammirazione che ragiona o che pretende ragionare. C'è qualcosa del fanciullo in noi, che permane non ostante l'età; a un certo punto, vogliamo tutti vedere com'è fatto quel giocattolo che ha servito a divertirci, e spesso, per soddisfare questa curiosità, distruggiamo il giocattolo, l'opera d'arte, proprio come fanno i fanciulli.

Veramente il paragone non è esatto: l'opera d'arte rimane quella che è; il disastro avviene nelle nostre impressioni. Gli antichi su questo particolare erano, o sembrano, più fortunati di noi. Non ricercavano col lumicino quali relazioni avesse l'opera d'arte col carattere, con l'organismo, con l'atavismo dell'autore, o almeno non si accanivano in questa ricerca come facciamo noi e non ne traevano le conseguenze che ne tiriamo noi. Se ci fossero pervenute tutte le scolie dei grammatici, possederemmo forse oggi indiscrezioni, notizie, favole, intorno agli antichi autori, da farci vedere che il pettegolezzo dei critici non è poi cosa tutta moderna. I pochi documenti che ci rimangono autorizzano questa supposizione. Così, per esempio, sappiamo che Orazio aveva gli occhi cisposi; che lo stomaco di Virgilio digeriva difficilmente; che Sofocle si era così senilmente affezionato al figlio naturale avuto da una donna di Sicione, da provocare un processo in famiglia; ma gli occhi cisposi di Orazio, lo stomaco debole di Virgilio, la senile affezione di Sofocle non sono serviti, per quel che ne sappiamo, di cemento estetico-psicologico alle odi, alle epistole, alle egloghe alla Georgica, all'Eneide, nè all'Antigone o all'Epido a Colono.

Oggi no. Così dicendo non mi passa pel capo di voler discreditare gli studi psicologici o psicopatici che sono, con tutte le loro esagerazioni, gloria e onore della scienza moderna. Noto il fatto per discuterlo un po' a proposito di un libro che chiama alla sbarra della giustizia Volfango Goethe[6], e gli chiede conto, rispettosamente, coi riguardi dovuti a tanta grandezza, del processo creativo con cui sono state messe al mondo tutte le sue opere d'arte.