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In Edoardo Rod è avvenuto il fenomeno a cui accennavo in principio. « Dieci anni fa, egli dice, ebbi l'occasione di fare nella Facoltà di lettere di Ginevra, un corso di lezioni intorno al Goethe. Come tutti coloro che si accostano al grand'uomo, ne sentii fortemente l'influenza. Le mie lezioni e alcuni articoli da me pubblicati in quel tempo furono l'espressione di un entusiasmo senza riserve di sorta alcuna. Un viaggio a Weimar, nuove letture e nuove riflessioni arrecarono a poco a poco sfumature e modificazioni nelle impressioni primitive. Il Goethe è, tra gli scrittori, quello che ha preso l'atteggiamento più schietto di faccia ai problemi della vita; è dunque naturale che il giudizio intorno a lui si vada trasformando con la esperienza dell'età. »
Egli ha riacquistato, in questa sua nuova condizione, quella libertà di spirito ch'era stata sopraffatta dalla violenza delle prime impressioni, ed ha avuto la buona idea di liberamente scrivere un libro liberamente pensato, senza fanatismo, nè acrimonia. Per questo il suo lavoro è riuscito interessantissimo, e sarà letto con profitto anche da coloro che dissentono dai principî che gli servono a sostenere la sua tesi.
Giacchè il libro ha una tesi; e forse a parecchi, arrivando all'ultima pagina, parrà o che l'autore non sia molto convinto della bontà di quella, o che la luce del gran sole goethiano sia riuscita ad abbagliarlo di nuovo. E questa ultima pagina sarà giusto trascriverla intera. Ma prima bisogna dire qual'è la tesi. L'opera d'arte del Goethe, o quella parte della sua opera dove la creazione artistica ha raggiunto il culmine della perfezione, è talmente legata alle vicissitudini della sua vita, e questa vita è stata, per forza di innato vigore e per forza di volontà, foggiata talmente da riuscire essa stessa una grand'opera d'arte, che diventa difficilissimo il giudicare l'opera letteraria, senza cedere alla tentazione di metterla in riscontro con le circostanze che l'hanno prodotta.
Se non che, in questo genere di critica con cui gli avvenimenti della vita dell'autore vengono usufruiti per rivelare le intime ragioni del processo artistico, si corre facilmente il pericolo di dare troppa importanza alla realtà materiale dei fatti e di diminuire il valore della realtà spirituale dell'opera d'arte dalla quale è stata trasformata, fino a renderla quasi irriconoscibile, l'altra che n'è la causa occasionale; o di non scorgere la manchevolezza dell'opera d'arte, illusi dalla corrispondenza di essa coi fatti reali d'onde la creazione artistica è venuta fuori.
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Il pericolo di cui parlo diventa maggiore quando un'idea di moralità s'infiltra nel giudizio intorno alla vita, e da questo passa inavvertitamente a influire su quello intorno all'opera d'arte.
Il libro del Rod mostra sin dai primi capitoli che la personalità del Goethe gli è un po' antipatica; ma fa scorgere anche che quel che più gli rende antipatico il Goethe è il goethismo, cioè l'adorazione incondizionata del modo con cui l'autore del Fausto adatta spregiudicatamente sè stesso alle circostanze della vita, e queste alla libera espansione e formazione di sè stesso. Ora il goethismo è una stupidaggine di cui il Goethe non può essere stimato responsabile.
Quel che gli si può attribuire è l'olimpismo, come il Rod lo chiama dopo tanti altri, cioè l'egoismo elevato a forza di coscienza, di riflessione, di raffinatezza fino a l'ennesima potenza; teorica ragionata e pratica, sapiente e speciosa, aggiunge il Rod, la quale però non lo differenzia da quella media umanità che fa dell'egoismo, senza elevatezza ma con contegno, la regola ordinaria delle sue azioni.
Qui mi sembra stia l'inganno. Quest'egoismo, che il Rod ben definisce: — indifferenza verso qualunque cosa che non sia il proprio sè; ferma risoluzione di voler ignorare gli sconvolgimenti che menano con loro gli avvenimenti quotidiani della vita; cura continua di allontanare dallo spirito qualunque impressione penosa, dal cuore qualunque sentimento che potrebbe agitarlo; e decisa volontà di tirare innanzi per la sua strada senza darsi pensiero del danno che si arreca agli altri — quest'egoismo comune, volgare, non dà frutti; è sterile quand'anche non riesce nocivo. Qualunque mascalzone può esserne capace; e se non provoca la nostra indignazione, non attira affatto l'ammirazione, pure quando, talvolta, ci trova quasi indulgenti.