All'olimpismo del Goethe, invece, l'umanità intera deve qualcosa. Esso non è servito unicamente a lui, ma a tutti; per questo l'umanità sente il dovere non soltanto di essere indulgente ma di ammirare. Se c'è degli imbecilli che si assumono il diritto di volerlo imitare, il torto è tutto di costoro. Sono occorsi secoli di civiltà, circostanze straordinariamente aggruppate per produrre il fenomeno spirituale che ha nome Volfango Goethe; e queste circostanze non si ripeteranno più. È puerile, è sciocco, ostinarsi a tentar di rifare artificialmente un prodotto simile, cioè un organismo e uno spirito talmente equilibrati, in così felice corrispondenza tra loro, da dar vita a capolavori che faranno eternamente parte del patrimonio intellettuale dell'umanità, e che danno e daranno ancora per un pezzo mirabile impulso alla nostra vita interiore.

In non lontano avvenire, la posterità farà la sua scelta anche tra le opere del Goethe. Molte ne dimenticherà, per esempio, tutti i suoi lavori drammatici e qualche romanzo. E le belle pagine nelle quali il Rod analizza il Torquato Tasso per giustificare le parole del suo autore: Esso è l'osso delle mie ossa, la carne della mia carne, basteranno a coloro che vorranno conoscere come certe forme d'arte possano riuscire incompatibili anche con un genio universale qual'era quello del Goethe.

Confessioni, documenti di ogni sorta, studî, interpretazioni, raffronti però non ci riveleranno mai il segreto con cui lo spirito del Goethe ha prodotto quell'organismo, o, se così si vuole, il segreto con cui quell'organismo ha prodotto quello spirito. Questa grande divina operazione rimarrà sempre un mistero per noi, come tutte le operazioni consimili della Natura. La necessità e la libertà hanno operato assieme; il Goethe non è, in questo, diverso da una magnifica quercia che s'impossessa, con le sue vaste radici, di tutti i più eletti succhi nutritivi del terreno dove è nata, a detrimento delle altre piante circostanti. Come noi domanderemmo invano alla Natura il segreto della vegetazione di questa quercia gigantesca, così domanderemo invano il segreto della vita di quell'uomo gigante. Se i critici non se ne vogliono persuadere e non sanno rassegnarsi a tale ignoranza, vuol dire che non hanno spirito scientifico e filosofico. Se gli imitatori, i fanatici non sanno scegliere tra la piccola personalità originale, che ogni individuo possiede appunto perchè è individuo, e la copia della personalità altrui che li rende impotenti, sterili, mediocri, peggio per loro. Mi sembra troppa degnazione l'occuparsene. E poi, il goethismo passerà, com'è passato il volterianismo; resterà Volfango Goethe, o meglio resteranno i suoi capolavori, e anche il capolavoro della sua vita, non quello scritto, ma il vissuto, e che farà ripetere alle generazioni venture il motto di Napoleone: — Voi siete un uomo, signor Goethe!

Ed è, infine, la conchiusione anche del libro del Rod. Libro che ha pagine veramente magistrali di analisi arguta e pacata, e che risponde allo scopo per cui è stato scritto, quello cioè di spingere gli intelletti indipendenti a studiare le opere del Goethe senza preconcetti, di gustarle senza esserne sopraffatti, di ammirarle senza dare in stravaganze.

« All'ultimo, egli conchiude dopo tanta analisi, si è sempre costretti a salutare in lui un uomo che si è sviluppato secondo la sua propria legge, realizzando giorno per giorno le sue più intime virtualità, col pieno sviluppo di quei germi nascosti che muoiono spesso infecondi nei recessi delle anime ordinarie. E questa legge, dalla obbedienza alla quale proviene la di lui forza, può essere espressa in termini altrettanto chiari quanto l'idea fondamentale del suo capolavoro che anch'esso ne dipende: Avendo amato l'azione, egli ha conformato tutta la sua vita e adattato il suo intelletto a questo principio dominatore. Qui consiste la sua grandezza, e forse tutt'intera. Che cosa sia stata la sua incessante attività a traverso i molteplici scopi, sarà dannoso per la gloria di lui ricercarlo molto da vicino. Così, si può benissimo parlare a lungo intorno a lui, raccontarne la vita, discuterlo, smarrirsi nelle tenebre della sua cronologia o del suo pensiero senza mai poter giungere una di quelle sentenze che dannano o santificano. Le stupende parole del coro degli angeli che riassumono il suo capolavoro, riassumono egualmente, in ultima analisi, l'insieme delle riflessioni che egli ispira. E arrivando al termine di questo lungo studio, non possiamo far altro che ripetere con lui arrivato al termine del suo poema:

« Colui che si sforza a un'aspirazione costante, colui può essere salvato. »

C'è un'ode tra le poesie del Goethe che dà un'immagine schiettissima della mirabile operazione che egli metteva in atto per trasformare la realtà delle circostanze in una realtà spirituale superiore. Ricordate il mito di Ganimede rapito da Giove? Niente di più materiale. Ora leggete:

« Come tu m'inondi dei tuoi ardori, o amata primavera, nello splendore del mattino! Ineffabili voluttà si destano nel mio cuore, invaso dal sacro sentimento della tua eterna bellezza, o Infinito!

« Oh potessi io stringerti tra queste braccia!

« Oh, io poso sul tuo seno e languisco, e le tue erbe e i tuoi fiori premono il mio cuore. Tu estingui l'ardente sete che mi divora, dolce brezza del mattino! Tu mi porti il canto dell'innamorato usignuolo, che m'invita dal nebbioso fondo della vallata. Eccomi! Eccomi! Dove io vo? Dove?