Nel 1806, a un tedesco suo ammiratore, traduttore di parecchie sue poesie, e che gli chiedeva notizie per un cenno biografico, il Meli scriveva:

« Volete che io mi lusinghi coll'idea di qualche postuma considerazione? Vano e miserabil compenso! Non vale al certo la pena che io vada riandando nella memoria le miserie ed amarezze di mia vita, quelle che con tanto studio ho cercato di coprire e di palliare a me stesso ed agli altri con le poetiche illusioni e col trasportarmi alle antiche età del mondo, per togliermi da questa almeno col pensiero e colla immaginazione..... Ho fatto poca fortuna nella professione della medicina, facoltà in cui non ci ho veduto mai chiaro ed a cui sono stato negato per natura, perchè nemico del ciarlatanismo, del corteggiamento, e dippiù per il peccato originale nel paese di essere appreso (sic) per poeta..... Conchiudo: leggete le mie poesie e divertitevi e scordatevi della mia vita, come me ne sono scordato io, o guardatela come me nel migliore aspetto: quello cioè di non aver nemici (salvo che non lo sia un fratello monaco, che non accosta mai da me) di non aver litigio, di non desiderare, di non invidiare nessuno, e di lusingarmi di essere amato dalle persone che mi conoscono ».

Il cav. Luigi Medici, che gli voleva bene e lo ammirava e lo aiutava, gli consigliò di chiedere al re l'abbazia di San Pancrazio allora vacante.

— Ma io non sono prete, non ho neppure gli ordini minori! — rispondeva il Meli.

— Si fa presto a prendere gli ordini minori — replicò l'amico. — Al resto penserò io.

Il poeta obbedì e poi scrisse, per supplica, un sonetto con la coda dignitoso e malinconico, che dà una gran tristezza. Ma appunto allora la Corte borbonica, caduto Napoleone, tornava a Napoli; la supplica si smarriva tra le carte burocratiche portate via. Venuta tardi a galla, era rimandata al governo di Sicilia per informazioni; e quando la nomina finalmente arrivava in Palermo, l'abate Meli era morto da parecchi giorni nella più squallida miseria, maledicendo il giorno in cui si era messo a fare il poeta: « Or che sono adulto, anzi vecchio, ne sto piangendo le conseguenze — scriveva al suo amico dottor Troysi. — Imperciocchè mi è d'uopo appoggiar le speranze della mia sussistenza nell'altrui patrocinio. — Maledictus homo qui confidit in hominem! »

A settantacinque anni posando in pieno inverno per un busto nello studio dello scultore Villareale, si era buscata una punta, e il 20 dicembre del 1815 cessava di vivere per peripneumonia biliosa.

L'uomo fa ammirare maggiormente il poeta. E che il Meli fosse davvero un gran poeta nessuno vorrà negarlo, non ostante il dissidio che c'è tra la forma dialettale e il concetto in quasi tutte le sue poesie. Il signor Pipitone-Federico non nega recisamente questo difetto, ma cerca di scusarlo e di spiegarlo là dove è più evidente. Senza dubbio, i tempi, le circostanze speciali della cultura siciliana hanno influito sull'ingegno del poeta. Nato nel continente, con la padronanza della forma del Parini, del Foscolo, del Monti, egli avrebbe raggiunto un'altezza e un'originalità che l'impaccio di dar forma letteraria al dialetto gli ha vietato di raggiungere. Studiare fino a qual punto gli abbia nociuto quest'impaccio e i tempi e le circostanze, studiarlo anche dopo quel che con ampiezza ne ha detto l'autore di questo volume, sarebbe interessante: ma occorrerebbe più spazio che un giornale non può concedere; e per ciò me ne astengo.


GABRIELE D'ANNUNZIO