Cicaledda, tu t'assetti
Supra un ramu la matina,
Una pampina ti metti
A la testa pri curtina,
E ddà passi la jurnata
A cantari sfacinnata.

Povero abate Meli! Egli quasi prevedeva questo equivoco quando scriveva all'arcivescovo Lopez, suo amico e protettore: « L'abate Meli (abate però di sole spoglie, senza titolo, senza pensione) fu una cicala che assordì col suo canto molta estensione di paese ». E soggiungeva: « Il secolo ed il paese in cui nacque e visse, e la professione che esercitò, fecero sempre a calci con la di lui indole e temperamento (sic). Vide e gustò qualche volta il piacere, la pace, la consolazione, ma soltanto nei sogni che gli somministrarono i soggetti delle sue poesie. »

Nato in Palermo il 3 marzo 1740, da un orefice di scarsa fortuna, fu messo a studiare nelle scuole gesuitiche; e vi apprese il latino, passando sette anni attorno alla grammatica del Padre Emmanuele Alvarez, anni che egli rimpianse argutamente nel suo poemetto La Fata galante. I Reali di Francia, i drammi del Metastasio, l'Orlando furioso dell'Ariosto svegliavano la sua fantasia; e l'istinto poetico del giovinetto cominciò a rivelarsi in componimenti di imitazione. La Fata galante, scritta a diciotto anni, è già un gran passo; è la splendida aurora di un bellissimo giorno.

Intanto, tra un canto e l'altro di quel poemetto, tra un'ode e l'altra di fattura rollesca o vittorelliana, tra un capitolo bernesco e l'altro, egli studiava medicina. E appena era in caso di esercitarla — la laurea non esisteva ancora nell'Università di Palermo — le strettezze della famiglia lo costringevano ad accettare il posto di medico comunale nel villaggio di Cinisi, a ventiquattro miglia dalla capitale. Qua egli era vissuto tra gli accademici della Galante conversazione, come s'intitolava una riunione di begli ingegni e di coltissime persone, e il suo nome accademico era Lu stravaganti: a Cinisi, si trovava faccia a faccia con la Natura, in mezzo a un paesaggio incantevole, tra uomini di vita semplice e laboriosa. Curava i suoi malati, si divertiva con la caccia al roccolo e con la pesca, e continuava alla meglio i suoi studi di medicina e di filosofia. La vita frugale gli permetteva di mandare quasi intero il suo magro stipendio alla famiglia. E tra quelle collinette, tra quelle valli, tra quelle roccie rivestite di muschi e di edera, egli concepiva e scriveva la Buscolica, che rimarrà il suo maggior titolo di poeta.

Era andato in Cinisi innamorato; cinque anni dopo tornava a Palermo, chiamatovi dal suo professore di clinica che voleva affidargli la sua clientela durante la sua assenza per un viaggio all'estero. Il primo amore era sfumato; e il giovane dottore, con l'aureola di poeta e in fama di uomo di spirito e di persona gioviale, si vedeva festosamente accolto dall'alta società palermitana, specialmente dalle belle signore che si disputavano l'onore di aver dedicata e d'ispirare qualcuna delle sue odi. Il titolo di poeta noceva un po' all'esercizio della sua professione, non ostante che il Meli avesse usata la precauzione di vestire l'abito talare, come allora facevano i medici per poter avere tra la loro clientela le suore dei monasteri. Pare che molte delle sue odi non siano state semplice esercizio poetico, reminiscenze o ispirazioni del vecchio Anacreonte. Una baronessa Martinez, bellissima e colta giovane signora, la non meno bella marchesa Regiovanni, una signora Mantegno, che aveva sul petto un graziosissimo neo, entrarono per qualche cosa nell'ispirazione del Lu gigghiu, Lu pettu, Lu neu. Il Meli menava di fronte la scienza, la poesia e la galanteria: ed è curiosa una sua lettera amorosa che si conserva nella biblioteca comunale di Palermo:

« Non è più tempo di dar fede ai pregiudizii dell'infanzia ed alle fole dei poeti che vi dipingono Amore fiero, indomito, lascivo, crudele al par di un'arpia e d'una megera. Crediamo piuttosto alle veridiche voci della natura. Ella non è un nome vano e senza effetto; è un principio, un nome, una pura causa, una parte di Dio medesimo, che, occultata nel più recondito recesso del cuore umano, ispira, agita e si palesa sotto la mascherata (sic) di un istinto o sia di un sentimento vivo ed animato...... Or questo stesso principio che vi fa amar noi in noi, comanda di amar noi in altri. Per sovrumana metamorfosi di amore, chi ama vive nell'oggetto amato e questo in lui. Adunque dovendo amar voi in voi, dovrete amar voi in me, per diritto di natura, di gratitudine, di convenienza.

« Mi direte che in questo istante non sperimentate in voi le voci del sentimento così vive che vi spingano ad amare. Sia così; ma di grazia, cancellate quella stima pel cagnolino, discacciate il passerino, lasciate di apprezzare quelle gioie, quegli arredi, quelle galanterie, insomma rivocate quell'affetto disperso in mille oggetti e riunite le divise forze d'una potenza così nobile impiegata stoltamente in oggetti ignobili e materiali. Ed allora sentirete destar la natura ed esortarvi ad impiegare il ricco capitale dei vostri affetti in un cuore come il mio, nel quale chi ve ne impiega una parte, nel momento appresso ne avrà rese mille per quell'una. »

La galanteria non gli aveva impedito di scrivere le Riflessioni sul meccanismo della Natura, in rapporto alla conservazione e riparazione degli individui e il discorso Sulle attrazioni elettive adombrate nella mitologia degli antichi, lavori che dimostrano come sotto il poeta ci fosse il pensatore positivo, se non originale, certamente audace riguardo ai tempi e alla cultura del suo paese. Le Riflessioni sopra il meccanismo della Natura suscitarono quasi uno scandalo, e l'autore ne fu intimidito e non scrisse gli altri due libri che dovevano compire il lavoro. Non si deve però attribuire al suo merito scientifico l'elezione a professore di chimica nell'Università di Palermo, che egli ottenne nel 1786; si volle, con essa, dare una rimunerazione al poeta. Il Meli in chimica era un mediocre teorico: uomo di ingegno e di buona volontà, aiutato dal suo operatore Stefano Chiarelli, potè per sedici anni contribuire a diffondere in Sicilia le teoriche del Lavoisier.

Intanto, alle sventure domestiche, si aggiungevano una lunga malattia e un furto che lo metteva sul lastrico. I ladri gli avevano svaligiato completamente la casa, portandogli via trecento ducati di laboriosi risparmi, biancheria, vestiti, arnesi. Senza l'aiuto dell'arcivescovo Lopez, il Meli sarebbe morto quasi di fame. E di questa disgrazia, scriveva poco dopo, scherzando all'arcivescovo lontano: « Intorno al rispondere, che sarebbe il maggior incomodo, mi rimetto al laconismo della prima lettera di Cicerone: Si vales, bene est, ego valeo, potendosi risparmiare il tua tueor; perchè io in questo mondo non ho nè beni, nè affari, nè pretensioni, onde alcuno potesse assumere per me la cura: nè io medesimo ho niente da sbrigare, o da custodire, giacchè i ladri, com'Ella sa, mi hanno di questa gran cura liberato. »

Il padre del Meli era morto pazzo; uno dei suoi fratelli si era rovinato per eccessivo scrupolo nei suoi doveri di procuratore; la sorella, che poi moriva matta anche lei, era invasata da tale ardore di carità da vendere mobili e biancheria per maritare e dotare le sue serve e le loro figliuole; un secondo fratello, monaco domenicano, processato dagli altri monaci come dilapidatore dei beni del convento, ricorreva al povero abate per farsi cavare da impicci che potevano disonorare la famiglia; e viveva alle spalle di lui, quantunque abitasse nel convento di Santa Cita. L'abate aveva in mano certe carte da cui risultava un credito di once quattrocento (più di tre mila lire) in favore del fratello morto e da cui egli aveva ereditato; ma un frate lo imbroglia, gli leva le carte di mano col pretesto di adoperarle per un accomodamento, e sparisce e non si fa più vedere..... Il poeta ha raccontato tutto questo in una specie di memorietta da lui scritta, non so a che proposito, in terza persona; e finisce malinconicamente: « Oggi che trovasi ridotto all'osso, altro non desidera che questo almeno possa portarlo intero sino alla tomba ».