—Dàtti pace; fortunatamente sono riuscito a consolarmi.

—Non vuol dire. Io credo che in questo mondo sia assai più il male che vien fatto senza volerlo, che non quello prodotto liberamente.

—Dunque?

—Dunque, capisci, mi trovai imbarazzato. Ricordo benissimo: era una serata di maggio… no, di giugno, con un plenilunio maraviglioso. Il padre, la madre, la cugina e gli altri due amici che li accompagnavano salivano per via Quattro Fontane dalla parte del marciapiede inondato dal lume di luna; noi due, invece, dalla parte dell'ombra delle case, che tagliava quasi a mezzo la via. Improvvisamente ella mi disse:—Tra una diecina di giorni parto.—Per Lione?—domandai (Aveva un fratello colà, direttore d'una fabbrica di velluti).—Per Kiel—rispose.—Come mai?—Vo da un'amica…. che fantastica per me non so qual progetto…. Potrebbe darsi che io non ritornassi più a Roma….—Oh!…—Consigliatemi: debbo andare? Affido il mio destino alle vostre mani.—Assumerei una gravissima responsabilità dandovi un consiglio qualunque.—

Ella saliva a capo chino, con gli occhi socchiusi, ed io sentivo tremare il suo braccio attaccato al mio. La guardai; era pallida, e alle mie ultime parole aveva atteggiato le labbra a una dolorosa espressione di disinganno.—Sentite, Nelly,—le dissi.—Poco fa in casa Olgani abbiamo scherzato e riso troppo. Le vostre parole di questo momento sono serie e gravi, se io non mi illudo intorno al loro significato. Non posso rispondervi sùbito. Vorrei potervi dire: Restate! Ma sarebbe gran leggerezza da parte mia, se non riflettessi qualche giorno. Vi dispiace di attendere fino a mercoledì prossimo? Ci rivedremo in casa Olgani. Se me lo permetteste, potrei anche scrivervi.—No; mi darete la risposta mercoledì. Sinceramente, spero!—Sincerissimamente!—Ho, forse, fatto male a chiedervi un consiglio!—esclamò dopo una breve pausa.—Ve ne sono gratissimo.—Raggiungiamo gli altri—ella concluse, sorridendo tristamente.

E nel traversare la via, le strinsi forte una mano, mormorando:—Avete fatto bene; ve ne ringrazio.

Intanto ella riprendeva il suo aspetto ordinario; ma io mi sforzavo invano di non apparire turbato; e osservandola, pensavo quanto le donne siano superiori a noi nel dissimulare e nel padroneggiarsi. In quel breve tratto di strada, ella aveva cominciato a parlarmi del soggetto delle nostre risate in casa Olgani mentre un violinista scorticava non so quale sonata di Saint-Saëns; e pareva che avesse dimenticato le gravi cose dèttemi poco prima.

Tornando a casa e rifacendo la strada fatta insieme con miss Nelly, mi sembrava di riudire, quasi ondulanti ancora per l'aria, il suono della voce e l'accento incerto con cui ella mi aveva domandato:—Debbo andare?—Mi rimproveravo di non essere stato sincero. Perchè non le avevo detto immediatamente:—Siete libera! Io non sono in circostanza di darvi una risposta concreta?—E nello stesso tempo che cominciavo a sentire una specie d'irritazione contro di lei per quella domanda intempestiva (non credevo di aver fatto niente che potesse autorizzarla a rivolgermela), provavo pure un dolce compiacimento che lusingava il mio amor proprio. Non leggevo ben chiaro nel mio cuore. Quell'anno sfarfalleggiavo irrequieto tra le tante signorine che intervenivano in casa Olgani. Ricordi? Noi chiamavamo la Fiera quei mercoledì affollatissimi, destinati dalla signora Olgani a combinare matrimoni. Ella pensava soprattutti a sua figlia già sullo sfiorire, ma non voleva farlo scorgere; e perciò gran richiamo di mamme e di ragazze, e balli che dovevano sembrare improvvisati, e accademie di musica e di canto…. e, ogni sera, novità di divertimenti…. Povera signora! Vi ha rimesso le spese. Le quattro ossa spolpate della sua figliuola le sono rimaste in casa; nessuno ha avuto il coraggio di sposare quello scheletro che pure aveva una discretissima dote.

—Non divagare—lo interruppe Diego Punzi.

—Ricordi? Troppe ragazze! Per ogni scapolo, non meno di tre in concorrenza. Tirati in qua, tirati in là, nessuno di noi riusciva a fissarsi. Più che non corteggiassimo, eravamo corteggiati. Bei tempi! Anche tu; non negarlo.