Una mattina lo vidi apparire in casa mia con un grosso plico di carte in mano.

—Ho bisogno dell'opera tua. Vengo a chiederti il grave sacrificio di essere per parecchi anni l'amministratore dei miei beni.

—Intraprendi un lungo viaggio?—domandai.

—No.

E, dopo breve pausa, soggiunse:

—Non ti faccio una confidenza; quel che ora ti dirò potrai ridirlo, se ti sembra opportuno. Vorrei anzi, come i primi cristiani, confessarmi in pubblico, ma temo di veder male interpretata la mia azione, di apparire ridicolo. Tu saprai intendermi e compatirmi.

Lo guardai ansioso, e con un breve gesto di assentimento lo invitai a proseguire.

—Sono stato un miserabile vigliacco!—egli disse energicamente.—Ho commesso l'infamia di contristare, calunniandola con indegni sospetti, la più buona, la più santa creatura che io abbia conosciuta in questo mondo. La morte è stata giusta privandomi di così gran tesoro; non ero più degno di possederlo. Ho fatto anche peggio; sono stato assassino… con l'intenzione soltanto; ma questa circostanza non significa niente. Ho goduto intera la malvagia sodisfazione che quel delitto mi avrebbe dato nel caso che avessi avuto la forza di compirlo, e ne sento vivissimo rimorso, quasi lo avessi davvero compiuto. La giustizia umana non può colpirmi; io però non mi reputo meno assassino per ciò. Mi son giudicato da me, inesorabilmente, e mi son condannato alla pena che avrei meritata se la mano avesse già posto in atto quel che il pensiero si è lungamente compiaciuto di architettare con la più raffinata malizia.

—Oh, Tullio!—esclamai.

—Ti meravigli di scoprir cascato tanto in basso colui che ha vagheggiato in tutta la sua vita i più eccelsi ideali d'arte e di pensiero? La miseria dello spirito umano è così grande, che dovresti piuttosto maravigliarti di non vedermi cascato ancora più in basso! Sappi però che, se non sono stato effettivamente assassino, la mia volontà non c'entra per nulla.