Si fermò un istante, scosse la testa, strizzando un po' gli occhi, poi riprese:
—Non riesco a spiegarmi neppur io come abbia cominciato a sospettare. Avrei dovuto reagire sùbito contro le prime impressioni prodotte da indizi riconosciuti fallaci. L'amor proprio, l'orgoglio lievemente feriti mi spinsero invece a dubitare di quel riconoscimento, a rimuginare quegli indizi, a ricercarne con intensa dolorosa voluttà altri nuovi. Forse li creò la mia fantasia, o forse un crudele destino mi ordì perfidi inganni con cento piccoli fatti facili ad apparire molto diversi da quel che essi erano in realtà…. Mia moglie, innocente, e senza nessun sospetto, non poteva evitare certe circostanze che congiuravano fatalmente a dar corpo alle ombre e mettermi l'inferno nel cuore. Avrei dovuto chiederle spiegazioni, avvertirla, ammonirla; non volli, sperando di sorprenderla in qualche atto da non permetterle sotterfugio alcuno per continuare ad ingannarmi. E più le mie ricerche, i miei agguati non ottenevano nessun convincente risultato, più io m'ostinavo a immaginare che la sua diabolica malizia riuscisse a farmi sfuggir di mano l'atroce vendetta il cui proponimento mi aveva già invasato l'animo. Non posso diffondermi in minuti particolari; il ricordo mi è insopportabile ora che sono convinto del mio inganno. Importa soltanto che tu sappia la vendetta meditata giorno e notte contro il creduto suo complice.
In quanto a lei, inattesamente, mi ero sentito a poco a poco sopraffare da compassionevole tenerezza; le perdonavo in grazia dell'amore che aveva avuto per me quando ancora ignoravo di essere amato da lei; le perdonavo per la sua bellezza, per la sua giovinezza, per l'inesperienza della vita, che avea dovuto agevolarne la trista caduta. Tutto il mio odio si concentrava su colui, sul creduto seduttore che non poteva avere scusa di sorta alcuna, che doveva aver operato il male sapendo di far male, e con lo squisito piacere di farlo a danno del mio onore, della mia felicità, anzi principalmente per questo. Volevo toglierlo dal mondo senza che si potesse mai scoprire qual braccio lo avesse colpito. E la lunga ricerca del mezzo arrivava talvolta fino a calmare i miei strazi. Avevo scelto l'arma: il rasoio. Da un mese mi mostravo in fidente relazione con lui. È inutile dirti il suo nome; è già molto l'averlo stimato capace di un'infamia; non voglio offenderlo ancora col far sapere ad altri che ho potuto crederlo tale. Il peggior tormento prodotto dalla gelosia è quel non sentirsi mai sicuri, quel vivere di dubbi e di sospetti che si vorrebbero veder distrutti, e che si teme di veder distrutti perchè un giorno essi potrebbero servire a farci raggiungere la paventata e pur desiderata certezza. Per ciò io attendendo il terribile momento in cui non avrei potuto dubitar più, maturavo il mio disegno, lo studiavo nei minimi particolari dell'atto vibrante, e arrivavo al punto di sentire nella concezione del delitto la stessa selvaggia voluttà che mi avrebbe dato l'attuazione di esso quando l'istante della certezza sarebbe scoccato. Per le vie, nel mio studio, a letto accanto a lei fingendo di dormire profondamente, io assalivo l'odiato, gli sprofondavo nel collo l'affilata lama del rasoio che doveva recidergli la carotide con tale rapidità da non fargli quasi accorgere di morire; e sentivo su la mano convulsa il caldo schizzo del sangue, e udivo il rantolo della gola squarciata, e vedevo l'annaspare di quel corpo che stramazzava con sordo rumore sul selciato. Ho assaporato, per due lunghi mesi, dieci, venti volte al giorno, questa feroce gioia assassina; ho assistito dieci, venti volte al giorno, al tetro immaginario spettacolo di quella morte; e tale crescente evidenza esso aveva raggiunto all'ultimo, che io mi riscotevo dall'impressione con lo stesso brivido di orrore e di brutale sodisfazione che mi sarebbe stato prodotto dalla realtà. Potrei dire di avere commesso non uno ma cento assassinî, giacchè ognuna di quelle ossessionanti rappresentazioni era una variante sempre più perfezionata, sempre più efficace della precedente; e così, alla fine, fui talmente pago di quelle fantasticate sensazioni, da sentir venir meno il bisogno di attuare la mia vendetta; lo sforzo del pensiero avea esaurito ogni mia fisica energia. Mi ero così internamente compiaciuto di ammazzare pensando, da non provar più nessun bisogno di altra sodisfazione materiale…. La realtà avrebbe, forse, potuto darmi sodisfazione più sincera e più acuta? Per questo, per questo soltanto, io non sono stato omicida nel volgare senso di questa parola! Appunto allora il caso mi faceva scoprire qual viluppo di incredibili circostanze era concorso a illudermi, a trarmi in inganno. Oh!… È orribile! A che cosa mi era servito dunque l'aver tanto studiato, osservato, meditato? Ho chiesto perdono a mia moglie inginocchiato davanti la sponda del suo letto di morte. La intelligenza offuscata dal male le ha impedito di comprendere. Nei vaneggiamenti del delirio, ella ripeteva continuamente:—Tullio, che cosa hai contro di me?… Che ti ho fatto? Perchè non mi ami più?—Ed è morta con questo affettuoso rimpianto su le labbra.
—Ebbene?—dissi io, vedendolo caduto in grave abbattimento.—Tutto ciò è naturale, è umano.
—Non può essere umano il delitto se rimane impunito!—egli esclamò, rilevando alteramente la testa.—Chi desidera la donna altrui, commette adulterio. Chi pensa di ammazzare, commette omicidio. Ed io mi sento omicida.
—Tullio! Tullio!—lo rimproverai.
—Non ho smarrito il senno!—egli riprese.—Per la pace del mio spirito, per la giustizia ideale ho voluto far questo: giudicarmi e condannarmi con la stessa imparzialità e serenità con che avrei giudicato qualunque persona accusata del mio stesso delitto. Domani l'altro partirò pel luogo da me scelto ad espiarvi la pena. La mia prigionia non differirà in niente da quella legale. Sarà dura, inesorabile, ed io diverrò tra pochi giorni il carceriere di me stesso….
—Era pazzo il tuo Tullio Dani!—ripetè Lastrucci stato fin allora ad ascoltare intentissimo.—Ed ha finito di espiare?
—Non ancora!—rispose Morani.