— Che consolazione potrei darle? Siamo ridotti quasi alla miseria.
— Lasciatemi parlare a quattr'occhi con lei.
Entrò nella camera di Matilde tutto rannuvolato, quasi fosse venuto a posta per sgridarla, per farle una gran lavata di capo. Si premuniva così contro la tenerezza e la bontà della sua indole, perchè — soleva dire — anche il bene bisogna saper farlo a tempo e luogo, altrimenti non è più bene.
La cameretta era tenuta in una dolce penombra, dove risaltava il biancore della coperta del lettino e dei guanciali, e, su i guanciali, la macchia nera dei capelli di Matilde.
— Ancora febbri? — brontolò. — Non vogliamo finirla?
— Se stesse a me, zio! — rispose Matilde.
— Quando non facciamo niente per star meglio! Quando ci ostiniamo a pensare... a pensare! Il pensiero è il maggior veleno.
— Ma io non penso a niente, zio!
— Pensi.... a lui! Che ti figuri? Che nessuno abbia capito?
— Oh, zio! Oh, zio!