Alberto Coscia non poteva soffrire questo suo volgarissimo cognome.

— Scegli un pseudonimo — gli diceva Rocchi, il pittore di anitre e di oche. — A furia di ripeterlo...

— Perchè? Come? Non rappresento nulla in niente. Mangio, dormo, passeggio, faccio qualche partita al bigliardo... Chi vuoi che prenda sul serio il mio pseudonimo?

— Dovrebbero prenderlo sul serio? Sei buffo, sai? lo, vedi? non ho adottato un cognome di battaglia. Ho battagliato con le mie anitre, con le mie oche. Le conduco, stavo per dire, a pascolo in tutte le Esposizioni, e ormai sono più conosciuto sotto il titolo di pittore di anitre e di oche, o soltanto di oche — quasi la gente abbia in uggia le povere anitre! — conosciuto più assai che non col mio nome di Filiberto Rocchi. Credi tu, forse, che questo ridicolo Filiberto mi abbia mai fatto piacere? L'ho annullato così.

— Quando penso che mia moglie dovrebbe essere chiamata: la signora Coscia... mi sento correre i brividi per tutta la persona.

La invincibile fissazione era questa: — Sua moglie sarebbe chiamata: la signora Coscia!

— Ah! Ah! — sbuffava a volte in camera — Certi sconci cognomi andrebbero proibiti per legge!

E dire che Alberto Coscia non era solamente un buon giovane, una gentilissima persona, ma pure un giovane colto, a cui l'agiatezza ereditata dal babbo e, più, da uno zio, permettevano di menare quella ch'egli qualificava vita di niente, per significare non occupata in una professione, in un negozio, in un'impresa industriale qualunque!

— Mangio, dormo, passeggio!...

Oh! Esagerava, per modestia, e anche per delusione di non sapere in che modo raggiungere un certo suo mistico ideale. Proprio: mistico! Quel cognome — Coscia! — per ciò gli pareva la disastrosa influenza, il motto cabalistico di iettatura che incombeva su la sua vita.