— Tant'è vero — concludeva il pittore di anitre e di oche — che uno, quando non ha nessun guaio addosso, va a cercarselo col lumicino, e dei peggiori che avrebbero potuto capitargli!

Veramente Alberto Coscia il guaio non se lo era cercato col lumicino; gli era stato apportato dal testamento dello zio, pel quale egli godeva di un largo patrimonio, da usufruttuario, in vista del futuro piccolo Nicola Coscia che sarebbe stato il vero erede, se Alberto si fosse deciso di prender moglie e di metterlo al mondo, e così perpetuare la stirpe dei Coscia, che, in caso diverso, si sarebbe estinta con lui.

— Gran disastro! — egli esclamava ironicamente.

Ed era ingiusto verso le due generazioni dei suoi che, a furia di onesta attività, di economie, avevano messo insieme una sostanza da permettere a lui, ultimo dei Coscia, di menare una vita senza preoccupazioni di sorta alcuna, e di fare quel che voleva, cioè, niente!

Era rimasto solo, libero, a diciotto anni mentre cominciava il suo corso di filosofia e lettere all'Università. Lo aveva scelto tanto per dire: ho una laurea anch'io. Laurea che, infine, non gli imponeva nessun esercizio professionale, come quelle di avvocato, di medico, di farmacista.

Permetteva, tutt'al più, di concorrere a una cattedra di Ginnasio, di Liceo e, tardi, anche di Università.

Le tre, le cinquemila lire all'anno, che essa avrebbe potuto fruttargli, le aveva già, senza grattacapi, dalle rendite del suo patrimonio; e, se gli fosse piaciuto, non gli sarebbe stato difficile di duplicarle, di triplicarle con oculate speculazioni. Ma, a quale scopo?

La Natura gli aveva dato un'anima gentile, la filosofia — sembra strano — gliel'aveva ridotta fantastica. Giacchè, ottenuta la laurea, egli aveva continuato ad occuparsi di filosofia, volendo foggiarsi una vita razionale, elevata, conforme alle grandi leggi dello Spirito — con l'esse maiuscola, come lo canzonava il terribile Filiberto Rocchi che gli voleva bene disinteressatamente. E intanto, egli, che avrebbe potuto cavarsi cento piccoli capricci, e godere la giovinezza meglio di qualunque altro, viveva quasi da eremita, ridottosi al terzo piano della vasta casa dov'era nato, per non aver disturbi dagli inquilini, sui quali poi non voleva far pesare l'incubo della sua presenza di padrone di casa.

— Vita razionale, elevata, conforme alle grandi leggi dello Spirito!

— Quale? — gli domandava Filiberto Rocchi suo amico d'infanzia, che andava spesso a trovarlo, o a scovarlo, come soleva dir lui, in quel silenzioso terzo piano elegante e severo, quale si conveniva a filosofo giovane, ma proprietario, cosa che ai filosofi accadeva di rado.